Sinner, la libertà che fa paura

Essere liberi è nulla, divenirlo è il cielo.” — Johann Wolfgang Goethe

La libertà non è un trofeo

La libertà, quella vera, non è un trofeo da esibire, ma un rischio da correre. Ed è proprio la libertà di Jannik Sinner — più che il suo diritto o la sua scelta — ad aver fatto saltare i nervi al paese delle bandiere sventolate a comando. In un’Italia dove il patriottismo sportivo è l’ultima religione civile, l’eretico è colui che osa dire “no” senza chiedere il permesso. E Sinner lo ha fatto: niente Coppa Davis, niente teatrino tricolore, niente lacrime di circostanza. Apriti cielo.

Da Gramellini a Cazzullo, da Vespa a Augias, si è scatenato un piccolo linciaggio mediatico, con la foga di chi deve punire un tradimento inesistente. Il numero 2 al mondo non parteciperà a una competizione di secondo piano, eppure la nazione intera sembra aver scambiato la sua decisione per un insulto alla Patria. “Italiano dimezzato”, “riluttante”, “austriacante”: l’Italia del tifo travestito da moralismo si è messa in fila per diagnosticare l’anima di un ragazzo di ventiquattro anni che ha avuto l’unica colpa di scegliere da sé.

Il problema, però, non è Sinner. Il problema siamo noi. O meglio, quell’inconscio collettivo di cui parlava Jung e che Maurizio Crippa — sulle stesse colonne de Il Foglio — ha saputo individuare con lucidità chirurgica. Non è l’atleta a disturbare, ma l’uomo libero. In un paese dove ancora si pensa che il successo debba essere accompagnato da un inchino al potere, da una lacrima patriottica, da una confessione in prima serata, l’idea che qualcuno si sottragga al rito appare quasi un’offesa personale.

L’italiano che non si piega

C’è qualcosa di profondamente culturale in questo astio. Da decenni l’Italia coltiva una forma di nazionalismo emotivo che, paradossalmente, si nutre di insicurezza. Non basta che un atleta vinca: deve essere “uno di noi”, parlare la lingua giusta, preferibilmente con inflessione televisiva. Deve incarnare l’idea dell’italiano come personaggio da fiction: sorridente, empatico, disponibile al racconto.

Ma Sinner, con la sua sobrietà nordica e la sua allergia all’esibizione, è il contrario perfetto di questo cliché. Non parla molto, non gesticola, non cerca il consenso. Si limita a fare ciò che sa fare meglio: giocare, vincere, lavorare. È la sobrietà di chi non deve dimostrare nulla a nessuno. Eppure, per molti, questa sobrietà diventa arroganza. Perché? Perché non ci perdoniamo chi non cerca la nostra approvazione.

Sinner non offre né drammi né confessioni, e questo manda in crisi un sistema mediatico che vive di eccessi e contrapposizioni. Non si presta alla caricatura, non interpreta ruoli. È troppo serio per essere un eroe pop, troppo schivo per diventare icona morale, troppo libero per essere funzionale. E in Italia, dove ogni successo dev’essere immediatamente incasellato dentro un racconto collettivo, la libertà personale è quasi una bestemmia.

La nuova eresia: pensare da solo

In un mondo iperconnesso, dove ogni gesto è sottoposto a scrutinio collettivo, la vera eresia è la disobbedienza silenziosa. Sinner non ha insultato nessuno, non ha fatto proclami politici, non ha disertato per capriccio. Ha semplicemente detto: “Non partecipo”. Nessuna giustificazione, nessuna scusa, nessun dramma. Eppure la sobrietà, in tempi di clamore permanente, è il più grande scandalo possibile.

Il tennista altoatesino ha dimostrato di non appartenere al teatrino dell’indignazione permanente. Non è un influencer, non è un testimonial della retorica nazionale. È un professionista globale, parte di un sistema sportivo dove le scelte si misurano in carichi fisici, calendari, priorità di carriera, non in inni e bandiere.

Ma l’Italia, ancora nostalgica di Coppi e Bartali, di Rivera e Mazzola, non ha mai digerito fino in fondo l’idea che lo sport possa essere anche libertà individuale e non solo appartenenza. È per questo che i toni si fanno così accesi: perché dietro l’attacco a Sinner si nasconde la paura di un modello nuovo, dove l’identità non è un recinto ma un passaporto.

I moralisti del patriottismo

Eppure, gli stessi che oggi gridano al tradimento tennistico, non hanno nulla da dire quando si tratta di altri sport, ben più patriotticamente disastrosi. Gli stessi editorialisti che chiedono “spirito nazionale” a Sinner tacciono di fronte alla nazionale di calcio, che da anni non vince nulla e non entusiasma nessuno. Nessun coro indignato contro gli orefici della pedata, strapagati e riveriti, che giocano peggio di una squadretta parrocchiale ma muovono le labbra all’inno come se bastasse quel gesto per riscattare la mediocrità.

Dove sono i moralisti quando l’Italia pallonara si inabissa? Dove sono i sermoni sulla “patria tradita” quando la squadra di calcio si ferma ai gironi o esce ai rigori da competizioni che non contano più nemmeno per il ranking? Silenzio. Perché il calcio, religione televisiva e merce di Stato, è intoccabile. Gli attaccanti milionari che passeggiano in campo vengono perdonati in nome dello spettacolo. Ma un ragazzo del Nord, discreto e cosmopolita, che preferisce il lavoro alla passerella, no: quello è un problema morale.

È questa la misura della nostra ipocrisia: pretendiamo dedizione dai virtuosi e indulgenza dai vanesi. Il tennista che rinuncia alla Davis è “riluttante”, ma il calciatore che non corre è solo “un po’ stanco”. Sinner diventa bersaglio di editoriali offesi, mentre gli idoli del pallone, idolatrati e inconcludenti, restano impuniti. Forse perché in fondo rappresentano meglio di chiunque altro l’idea di un paese che ama la sceneggiata più della sostanza.

Il fastidio del talento

C’è anche un’altra componente, più inconfessabile: l’invidia. Non tanto per la ricchezza o la fama, quanto per l’autonomia. L’Italia, paese di geniali disobbedienti e di mediocri giudici, non sopporta chi riesce a bastarsi. Sinner è disciplinato, determinato, distante: non ha bisogno di essere spiegato da un opinionista o benedetto da un talk show. Non si presta al sentimentalismo collettivo, e dunque irrita.

La libertà non è un privilegio e nemmeno un trofeo

È il paradosso del successo moderno: più sei indipendente, più ti vogliono domestico. L’atleta libero diventa sospetto, l’artista che non si fa portavoce è accusato di snobismo, il cittadino che sceglie la discrezione viene visto come elitario. Ma la libertà, ricordava Albert Camus, non è un privilegio, non è un trofeo, è una condanna: “L’uomo libero è colui che accetta la propria solitudine”. E Sinner, in questo senso, è un solitario felice.

Il suo viso tranquillo, la sua voce monotona, il suo sguardo sempre concentrato sono diventati il bersaglio di chi confonde la calma con l’indifferenza. Ma quella calma, in realtà, è una forma di forza. È la fermezza di chi sa che non deve piacere a tutti per valere qualcosa. È l’antidoto contro il populismo dello sport, contro l’illusione che ogni campione debba anche essere un patriota a orologeria.

Il paese dei codici e delle appartenenze

Dietro il “caso Sinner” si intravede qualcosa di più profondo: il fallimento del discorso pubblico italiano. Troppo spesso si pretende che ogni gesto sia inserito in una narrativa collettiva. Se un artista non canta per la pace, è egoista. Se uno sportivo non gioca per la nazione, è traditore. Se un cittadino non vota, è disimpegnato. L’individuo non esiste più, se non come simbolo.

Ma una società che non tollera la libertà individuale finisce per trasformare anche la virtù in colpa. L’indipendenza di Sinner viene trattata come un affronto perché toglie ai commentatori il loro ruolo di interpreti morali. Non c’è spazio per il silenzio, né per la privacy. Tutto deve essere spiegato, motivato, narrato, consumato.

Eppure, proprio in quell’assenza di spiegazioni, risiede la sua forza. La sua decisione, apparentemente banale, diventa così un gesto politico senza volerlo: affermare che si può essere italiani anche senza obbedire a una sceneggiatura. Che si può amare il proprio paese non servendolo, ma rappresentandolo con dignità, senza esibirlo come un marchio.

L’elogio del silenzio perchè la libertà non è un trofeo da esibire

Forse la più grande lezione che Sinner ci sta offrendo, a sua insaputa, è quella del silenzio come forma di dignità. In un’epoca in cui tutti devono “dire la loro”, il non dire nulla è un atto rivoluzionario. Non per arroganza, ma per misura. Non per chiusura, ma per rispetto di sé.

In fondo, chi parla troppo di patria spesso ne conosce poco la sostanza. La libertà non è nei simboli, ma nella possibilità di scegliere. E un paese maturo dovrebbe essere orgoglioso non solo dei suoi campioni, ma anche della loro autonomia. Se un giorno un italiano potrà dire “no” senza che qualcuno lo accusi di tradimento, allora saremo davvero un paese libero.

Il silenzio di Sinner, così poco mediatico, così controcorrente, è una dichiarazione di indipendenza. È la prova che la compostezza può essere più radicale dell’urlo, e che la libertà non ha bisogno di spiegazioni.

Epilogo: l’uomo libero

C’è una scena che spiega tutto, senza parole. Sinner, seduto sul bordo del campo dopo una vittoria, guarda in silenzio il pubblico che esulta. Non sorride troppo, non piange, non si batte il petto. È presente e distante allo stesso tempo. È lì, ma non appartiene a nessuno.

Forse è questo che fa paura: l’immagine di un ragazzo che non si lascia possedere. Perché in un paese abituato a confondere l’amore con il controllo, la libertà resta un atto di insubordinazione.

La Libertà non è un trofeo

E Jannik Sinner, che piaccia o no, è oggi il simbolo più limpido di quella libertà che non chiede permesso, che non si scusa, che non si piega. Una libertà silenziosa, lucida, ostinata. L’unica che meriti davvero questo nome.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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