fbpx

La serie novità: Unorthodox

Mini-serie di Netflix uscita nel marzo 2020, in quattro episodi, creata da Anna Winger e Alexa Karolinski e tratta dal romanzo autobiografico della scrittrice Deborah Fieldman (anch’essa coinvolta nella produzione), Unorthox racconta la storia di Esther-Etsy (Shira Haas), 19enne che vive nella comunità ultra-ortodossa chassidica di Willamsburg, New York.

Cresciuta dai nonni, dopo il matrimonio combinato col giovane Yanki, studioso del Talmud, le regole asfittiche imposte dalla comunità, e basate su un rigido controllo e l’osservanza dei dettami dell’ebraismo ortodosso, diventano sempre più opprimenti tanto da indurre la ragazza a fuggire a Berlino, per raggiungere la madre che anni prima per gli stessi motivi aveva scelto di fuggire abbandonando la figlia, facendole però poi arrivare i documenti per il ricongiungimento.

Forse complice il lockdown, Unorthodox è diventata un piccolo caso, cresciuto con il passaparola digitale, imponendosi come una delle produzioni più viste della piattaforma streaming. Al netto di qualche sbavatura, questa piccola serie è sicuramente un prodotto di altissima qualità: il racconto di una comunità di nicchia, con un linguaggio ed un’estetica lontani dalle solite produzioni destinate ad un pubblico di massa, la regia, la sceneggiatura e la cura dei dettagli, hanno messo d’accordo pubblico e critica.

E in effetti i motivi di questo successo sono molti. E’ una storia vera che ci permette di entrare con una lente di ingrandimento in una comunità chiusa e trincerata in un dolore mai sanato, il cui mondo impenetrabile di precetti e regole viene ricostruito minuziosamente; dal divieto di usare la tecnologia, all’obbligo di coprire le braccia, rasarsi i capelli e indossare una parrucca, fino al divieto di leggere, lavorare, studiare e fare musica: sono naturalmente le donne a pagare il prezzo più pesante. L’interpretazione di Shira Haas, la giovane protagonista israeliana, è meravigliosa: il suo volto espressivo è in grado di comunicare con un solo sguardo uno spettro infinito di emozioni.

Interessante infine la scelta procedere con flash-back che alternano l’opprimente vita a New York – le cui scene sono oltretutto recitate in yiddish, il dialetto arcaico giudaico-tedesco – e la nuova vita in una Berlino cosmopolita, luminosa, moderna artistica. Una città densa di ricordi dolorosi ma oggi accogliente, e pienamente riabilitata in questo viaggio ribaltato rispetto al percorso salvifico verso l’America durante la shoah.

ANCORA NESSUN COMMENTO

I commenti sono chiusi