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L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO IN ABRUZZO

La legge sull’alternanza scuola-lavoro pone più problemi di quanti ne risolva: se tutti possono convenire sull’opportunità di una maggiore e migliore connessione fra istruzione e occupazione, di dare un valore formativo a quelli che altrimenti sarebbero solo pseudo lavori non pagati, che spesso nella pratica finiscono per favorire l’abbandono scolastico piuttosto che il raggiungimento del diploma, nella pratica l’alternanza scuola-lavoro  rischia di diventare l’ennesima occasione mancata. Non basta, infatti, dire “si aprano le aziende al lavoro degli studenti”, ma serve la presenza nella nostra regione di un tessuto industriale in grado di assorbire quest’offerta di alternanza scuola – lavoro e, allo stato delle cose, semplicemente non c’è. I dati ci dicono che ai progetti di Alternanza Scuola-Lavoro  in Abruzzo hanno aderito  199 imprese   e in particolare  105 nella provincia di Chieti , 33 nella provincia di Pescara,   24 nella provincia  di Teramo  e   37 nella provincia di L’Aquila.

I dati sono abbastanza preoccupanti per la loro esiguità rispetto alla Lombardia   e il Veneto che presentano rispettivamente  4.732 e  3.951 imprese aderenti ma anche rispetto alle regioni  del Meridione e in particolare alla Calabria e alla Puglia con 613 e  1.363 imprese aderenti.

Ancora troppi, inoltre gli studenti che  l’alternanza sono costretti a farla a scuola e non in un’azienda: il 27%, ovvero più di 1 su 4. L’alternativa è spesso rappresentata da surrogati : progetti di gruppo da realizzare in classe (35% di chi non va in alternanza), simulazioni di gruppi di lavoro (14%), conferenze (16%), incontri con esperti (13%).

Tuttavia, uscire dalla propria classe non sempre è sinonimo di esperienza formativa. Al 14% di quelli che sono andati in azienda, ad esempio, è stato chiesto di svolgere compiti di contorno (fare le fotocopie, portare i caffè, fare le pulizie) e il 12% ha raccontato di non aver fatto nulla. Situazioni a cui, però, fa da contraltare il 33% che ha svolto mansioni pratiche insieme al team aziendale. A una quota simile, invece, le cose vengono solo spiegate (per fortuna anche dal punto di vista pratico); mentre per un altro 10% ci si ferma alla pura teoria. Per le scuole tecniche e professionali la cosa può avere invece altra efficacia, ma ricordiamoci sempre che il problema della forza lavoro nella nostra regione è la sua bassa percentuale di laureati. Il nostro problema più urgente non è inserire gli studenti nel mondo del lavoro nella maniera più rapida possibile, ma convincerli a continuare a studiare, possibilmente non solo  Lettere, Psicologia o Giurisprudenza, ma materie tecniche e scientifiche. Un secondo problema, che riguarda  la nostra regione è quello delle dimensioni d’impresa. L’87% delle imprese ha meno di 10 dipendenti: la “polverizzazione” del tessuto produttivo regionale rende comunque molto problematico l’inserimento temporaneo di forza lavoro non formata; inserimento praticamente impossibile in imprese di produzione “nucleari”, nelle quali lo svolgimento di un’attività formativa su soggetti che poi non restano all’interno dell’azienda ha davvero ben poca ragion d’essere, giacché, per le sue dimensioni, queste imprese hanno esigenze di inserimento di personale molto limitate e diluite nel tempo e spesso temono  che il proprio esclusivo know-how, che sovente ne consente la sopravvivenza, venga trasmesso all’esterno favorendo la potenziale creazione di concorrenti qualificati. Al  fine di superare le criticità occorre trovare soluzioni operative  attraverso una legislazione regionale che tenga conto delle specificità economiche e sociali dei territori di riferimento. Una soluzione potrebbe essere rappresentata dalla  creazione della “Casa del lavoro”,come suggerisce anche il CRIET, ( Centro  di Ricerca Interuniversitario in Economia e Territorio) in fase sperimentale presso il comparto aerospaziale campano. Si tratta di una struttura indipendente, esterna alle imprese, in grado di rappresentare la complessità dei processi aziendali. È un luogo dove gli studenti possono sperimentare il modello lavorativo e gestionale di un’azienda reale, con la possibilità di apprendere competenze tecnico professionali, sviluppare spirito d’iniziativa, creatività e la possibilità di assumersi responsabilità imprenditoriali.

In altre parole un “simulatore d’impresa” che possa funzionare come stanza di compensazione fra mondo della scuola e mondo del lavoro, mettendo insieme reti di scuole e piccole imprese del territorio, coinvolgendo nel processo di formazione anche le istituzioni locali – particolarmente interessate anche al recupero ed alla riqualificazione di aree industriali dismesse o in difficoltà – e le associazioni imprenditoriali, che senza dubbio sono uno dei principali soggetti con i quali collaborare per creare percorsi formativi che stimolino ed incentivino la disponibilità delle imprese a partecipare utilmente alternanza scuola lavoro. Le “Case del lavoro”, modello replicabile sul nostro territorio , potrebbero, inoltre, diventare centri di sperimentazione per l’applicazione e lo sviluppo di nuove tecnologie ai mestieri tradizionali delle microimprese regionali, spesso troppo focalizzate sul raggiungimento di obiettivi pratici di breve periodo anche per pianificare lo sviluppo futuro del loro business. L’alternanza scuola-lavoro definita in questi termini può senza dubbio rappresentare una risposta concreta alla dispersione scolastica e alla disoccupazione giovanile. Una base su cui è possibile iniziare  a costruire progetti di aggregazione di tutti i soggetti interessati alla creazione di una forza lavoro più preparata e motivata e di una classe imprenditoriale maggiormente competitiva. Una strada obbligata per consolidare e sostenere una ripresa economica endogena, autopropulsiva e non assistita dell’economia dei nostri territori regionali.

 

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