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Legge Zan

Legge Zan

La giornalista e scrittrice Guia Soncini per Marsilio Edizioni ha scritto un libro che inviterei tutti a leggere L’era della suscettibilità” che descrive in maniera brillante e ironica la socio-patologia che stiamo vivendo dove la comunicazione e la riflessione hanno lasciato il posto alle reazioni viscerali che sono alla base di diatribe senza senso se non addirittura di proposte legislative che definire ridicole e dannose sembra un eufemismo. Basta un niente come il ricordo di qualche tempo fa o una semplice battuta o l’esprimere una propria idea ecco che arriva l’ “indignazione di giornata”, passatempo mondiale, monopolizzatrice delle conversazioni e degli umori. Come dicono gli osservatori, ogni mattina l’essere umano contemporaneo si sveglia e, mentre una volta doveva adoperarsi sul come sbarcare il lunario, sa che al mercato degli scandali passeggeri, troverà un “offeso” fresco di giornata, pregno della nuova angolazione filosofica del diritto alla suscettibilità che abolisce tout court il “contesto”, ma arricchito del feticismo della fragilità per cui il termine “poverino” è l’unica visuale prospettica, la cui appartenenza prevale su qualunque curriculum di studioso con effetti pericolosi e grotteschi che in altri secoli erano occasionale “damnatio memoriae” e ora quotidiana “Cancel Culture”. E ricorda le opere che avevano previsto la dittatura del perbenismo, dal solito Orwell al romanzo di Philip Roth “La macchia umana” come “la matrice di tutti i disastri d’incomprensione e suscettibilità”, contesta il ruolo dei social come amplificatori del dissenso e indignazione ed individua anche implicazioni politiche perché se a sinistra si perde la capacità di non considerare la fine del mondo un giudizio non consone o una parola sbagliata, che ne sarà della libertà di espressione? Rimarrà solo alla destra lo spazio per dire tutto e a non sentirsi feriti da ogni maleducazione? Basta vedere quanto le donne di destra siano state assalite dai media anche in tono francamente offensivo, come per la Meloni, definita “vacca” e ignorante, senza averne fatta bandiera ideologica o clamore di rivalsa; ben diversa la reazione se qualche dannato imbecille deride una donna della “gauche”, apriti cielo: massima indignazione! Siamo attorniati da persone negative dall’offesa facile, ipersensibili che non accettano un sereno confronto perché superbe ed orgogliose. Alcuni sono maestri nell’arte della provocazione con insolenza ed allora evitiamo di fare il loro gioco, ignoriamo con indifferenza i tanti stupidi che occupano la scena. Se la nostra mente è pulita sarà in grado di lavare via tutta la sporcizia con cui gli altri vorrebbero imbrattarci. Ma non sempre è possibile perché spesso bisogna scendere “in pugna” quando si arriva a proporre leggi definite solo da una parte “antidiscriminatorie mentre la realtà diversamente dalla parodia ne valuta una forte discriminazione verso un senso comune chiaramente non banale. La crociata social a favore del DDL contro l’omofobia confonde la realtà dei fatti e con la scusa della discriminazione si rischia di introdurre un “reato di opinione”. Il professor Paolo Becchi individua tre lati critici essenziali verso questo DDL. Il primo riguarda la “criminalizzazione” delle opinioni che vanno sotto il nome di “hate speech” ma che comunque sono manifestazioni di pensiero e potrebbero, secondo la nuova proposta, costituire un “crimine”. Se ai reati d’opinione si è sempre guardato con un certo sospetto, come eredità dei sistemi autoritari, negli ultimi anni con l’avvento del “pensiero unico politicamente corretto” si è avuta una neoproliferazione di cui il DDL Zan fa parte e questo significa avere scarsa coscienza della cultura dei diritti, male antico del nostro Paese. Il secondo lato critico, piuttosto ideologico, è che il DDL Zan non è semplicemente un disegno di legge volto alla tutela e alla difesa dei diritti degli omosessuali e questo è fuori discussione e per questo già vi sono leggi a riguardo, ma si fonda sulla separazione tra identità sessuale (sesso biologico o anagrafico) ed il “genere” ossia “qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso” ed è quest’ultima “identità di genere” che il disegno di legge intende riconoscere, tutelare e promuovere. Che uno possa avere l’orientamento sessuale che preferisce è un fatto riconosciuto, altra cosa però è dire che l’identità di genere di quella persona, se sia uomo o donna dipende unicamente dal modo in cui si percepisce e manifesta tale identità, indipendentemente dall’aver concluso un “percorso di transizione” ed è da stabilire “giuridicamente” e quindi di diritto che per essere maschio o femmina è sufficiente volerlo, sentirsi in coscienza l’uno a l’altra. Ed il terzo punto, osserva il professore, è che siamo qui, di fronte ad una legge dello Stato, che pretende di imporci una nuova concezione dell’identità sessuale del tutto indipendente dal sesso biologico. Ma non risulta che queste teorie siano “più scientifiche” o “più vere” di quelle che ritengono impossibile separare il genere dal sesso biologico. Perché allora imporre una certa ideologia e criminalizzare chi non è disposto ad accettarla? Prova eloquente quanto accaduto nello sport femminile ove ovviamente si sono espressi nel gioco anche femmine che si ritengono tali ma con corpi e masse muscolari maschili con ovvii vantaggi sui risultati che hanno messo in allerta le “donne biologiche” che non ne vedono di buon occhio l’avvento. Inoltre il DDL Zan prevede l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” e lezioni in tutte le scuole di ogni ordine e grado per “educare” i bambini al rispetto dell’identità di genere trascurando il fatto che fa lo stesso avere il “pisellino” o la “patatina”. Può essere questo un progresso? Dal “corpo è mio e me lo gestisco io” al “sesso è mio e me lo invento io”? E mentre la legge sull’aborto introduceva un diritto, pur discutibile, il DDL Zan è una legge per punire chi non accetta una determinata ideologia! In soldoni ed in piena pandemia le “urgenze” della “sinistra colta” sono la legge contro l’omofobia, lo “Ius soli” per gli immigrati ed il voto ai sedicenni. Non c’è che dire! Rimango il solito retrogrado, ignorante ma pur sempre liberale e vanno bene anche queste proposte, discutendole non imponendole! La condizione umana non è una “soap opera” e la passione non è roba da “influencer. La vita è altro come testimonia l’alto livello culturale ed intellettuale di taluni omosessuali come Pier Paolo Pasolini, il critico d’arte e pittore Giovanni Testori, registi come Franco Zeffirelli o Luchino Visconti o i creatori di moda Dolce e Gabbana che mai avrebbero partecipato ad un “Gay Pride” diversamente dai promotori e difensori ad oltranza della legge Zan come Fedez o altri famosi artisti. A questo punto bisogna anche porsi la domanda tanto per discutere: cosa succederà se la legge contro l’omotransfobia approvata già alla Camera passasse anche in Senato? Secondo loro il DDL non comporta alcuna deriva liberticida. Peccato che l’esperienza internazionale racconti una storia ben diversa fatta di denunce, querele, carte bollate, processi a danno di soggetti rei solo di sposare una visione antropologica ed etica diversa da quella del movimento arcobaleno. Il cardinale Fernando Sebastian Aguilar, arcivescovo emerito di Pamplona, nel 2014 veniva iscritto nel registro degli indagati per “omofobia” per aver rilasciato un’intervista nel corso della quale sulla premessa che la sessualità è orientata alla procreazione, faceva presente che all’interno di una relazione omosessuale tale finalità era preclusa. Ad Aram Mardirossian, docente di diritto alla Sorbona, la Procura di Parigi ha aperto un fascicolo per “incitamento all’omofobia e transfobia”, punibile con 6 mesi di carcere e 22.500 euro di ammenda, per aver criticato il matrimonio omosessuale durante una lezione. L’ex ministro dell’Interno finlandese Paivi Rasanen, già presidente dei democratici cristiani, è stata indagata per essersi più volte esposta sui sociale e con interviste contro le manifestazioni Lgbt. O Jenny Klinge, parlamentare norvegese denunciata per aver solo detto che “solo le donne possono partorire” e alla base della denuncia la nuova legge che riconoscendo l’identità di genere fa sì che si possa essere nate donne ma percepirsi maschi e ne consegue che l’affermazione della Klinge ricada nella casistica del “misgendering” configurandosi come crimine d’odio. In Canada accade che, per evitare grane legali, le parrocchie siano obbligate ad ospitare eventi LGBT e le scuole cattoliche debbano istruire al loro interno “club gay”. Insomma nel Paese che è una delle patrie mondiali dell’ “utero in affitto” con numeri impressionanti di bambini ordinati su commissione non solo non si può dissentire dalle rivendicazioni Lgbt ma è in corso un’opera di rieducazione “orwelliana”. Da noi è vietato per la legge 40 sulla fecondazione assistita ma se la chiamassimo “gestazione per altri solidale e altruistica” tanto per tenerne lontano il vero senso che è quello di una schiavitù del corpo femminile come un qualunque “bio bag” a congruo pagamento? E’ stata proposta una legge, dai liberali, per “punire chiunque, in qualsiasi forma realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”. Duole che secondo il presidente dell’ANM Giuseppe Santalucia, alla luce della giurisprudenza corrente che ha via via sgretolato quello che restava del diritto familiare “se il legislatore sceglie di criminalizzare la coppia che si è recata all’estero, si avranno conseguenze negative sull’intero contesto familiare e sul minore”. E allora? Interviene l’istituto dell’adozione o “stepchild adoption” tanto voluto da Monica Cirinnà già sdoganato dalla Consulta nel marzo scorso con una sentenza che pur non riconoscendo l’illegittimità dell’articolo 12 che vieta la maternità surrogata perché “la pratica offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane” ne riconosce comunque il legame giuridico ad entrambi i componenti della coppia. Quindi nei fatti la doppia omogenitorialità nata dalla pratica della maternità surrogata risulta già sostanzialmente introdotta nell’ordinamento italiano e dopo aver distrutto il papà la sinistra vuole cancellare anche la mamma! Felice Manti in un suo articolo ricorda che perfino Antonio Gramsci aveva intuito che sarebbe finita così. Sull’ “Avanti” nel 1918 quando la scienza aprì all’ipotesi di “innesto delle ovaie” scrisse “Le povere fanciulle potranno facilmente farsi una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali…daranno fecondità alle vecchie gualcite. I figli nati dopo un innesto? Strani mostri biologici, creature di una nuova razza, merce anch’essi, prodotto genuino dell’azienda dei surrogati umani…la vita si distacca dall’anima e diventa merce di baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno”. Ma che ne sanno Orfini, Fratoianni e Speranza che ignorano candidamente la loro storia! Riguardo le discriminazioni “al contrario” riportiamo quanto accaduto al magistrato Simonetta Matone, sostituto procuratore generale della Corte di Appello di Roma incaricata dalla rettrice dell’Università di Roma di fornire consulenza e assistenza alle vittime di molestie sessuali accusata di “omofobia” da gruppi di Lgbt per aver affermato che le “unioni civili”, secondo Costituzione, non possono essere equiparate all’istituto del “matrimonio” in quanto “il bambino è privato della varietà di figure educative derivante dal sesso diverso dei genitori” in merito all’adozione di bambini da maternità surrogata. Maledettamente elementare ma che sconvolge il nuovo corso! Come l’ipocrisia della poetessa “eroina nera” che ha cantato all’insediamento di Biden, Amanda Gorman, divenuta icona della comunità afroamericana ma pervasa da un borghesismo imbarazzante che va dal razzismo verso i traduttori bianchi dei suoi testi, al cappottino di Prada fino al vanto della propria magrezza. Ma a parte questi casi e le discutibili proposte di legge, continuando la disamina delle perle della “indignazione sinistra” oltre alla sostituzione di padre e madre con “genitore 1” e “genitore 2”, l’ultima è quella di un Comune del modenese, Castelfranco Emilia, che ha introdotto l’uso di una “e” rovesciata (schwa) alla fine delle parole plurali, che rende indistinguibile il maschile dal femminile costituendo l’essenza del politicamente corretto che imperversa nei college americani e fa sentire meravigliosamente progressista chi la pronuncia, in pratica un “nuovo linguaggio inclusivo” per eliminare ogni riferimento verbale di genere che possa “ledere la sensibilità dei cittadini” perché ci sono persone che si sentono a disagio col fatto che l’italiano ha solo maschile e femminile. O la follia delle Università inglesi ove correggere gli errori di grammatica è discriminatorio e razzista verso le minoranze di paesi stranieri che non conoscono bene la lingua di Albione. O della UE che per illustrare il piano delle future generazioni, Bruxelles sceglie la foto di un uomo di origine africana. Ma davvero l’uomo di colore che tiene in braccio un bambino bianco sintetizzano la storia millenaria, il presente e il destino del nostro continente? Ma è vietato dubitare di UE, porti aperti, carrierismo femminile o utero in affitto per scoprire che essere cattolico può essere sinonimo di “fascista”. Non è un brutto sogno ma la nuova realtà con una sinistra che continua a regnare nel nostro Paese, pur in minoranza, attuando quella specie di clima, di gas, di cupola o di sistema che sorveglia i comportamenti, i linguaggi, le scelte, i modi di dire, il racconto pubblico! Per non parlare del parlamentare democratico americano Emanuel Cleaver che recitando la preghiera di inizio dei lavori congressuali ha concluso con “Amen and Awomen” ignorando che “amen” non è di genere maschile ma un’antica parola ebraico-aramaica che non c’entra nulla con la lingua inglese. E che dire di Michela Murgia, già paladina della presunta censura contro le donne, che appare “profondamente indignata” e spaventata dalla “divisa” che indossa, da alpino, il commissario per l’emergenza pandemica Figliuolo paragonato ad un “dittatore” come in altri Paesi? Ma sfregiare l’uniforme si passa per coraggiosi al pari della ragazza inginocchiata che si offre inerme ai carri armati in piazza Tienanmen o della suora birmana di Rangoon in ginocchio per difendere i bambini dalle raffiche dei militari golpisti. Peggio di Don Abbondio! Né tanto meno parla che durante la pandemia abbiamo assistito anche ad un boom di violenze sugli uomini nell’85% psicologiche, nel 63% di violenze fisiche. Le donne vittime, gli uomini se lo meritano! Se vogliamo essere accettati in quanto maschi e non venire considerati pericolosi predatori, bestie assetate di sesso, violenti aguzzini non abbiamo che una strada: rassegniamoci e sottomettiamoci al “processo” nella speranza che il giudice sia clemente! L’antropologo Franco La Cecla nota chela visione dominante è quella che gli uomini sono incapaci di desiderare perché nel loto desiderio è insita la violenza mentre all’opposto il desiderio femminile è stato beatificato”. Secondo La Cecla il processo ai maschi è del tutto politico e “se politicizzi l’identità sessuale sono guai seri. E’ una forma di aperto razzismo pensare che tutti i maschi siano tutti picchiatori criminali da rieducare eliminando l’identità maschile per sostituirla con quella femminile ed il problema è che molti uomini si assoggettano, specie se ragazzi che hanno problemi durante la crescita a gestire la loro mascolinità. La violenza maschile esiste ma esiste anche quella femminile. Dire che le donne non sono violente significa presentarle come deboli, renderle deficienti…la polarizzazione dell’identità è fondamentale, altrimenti abbiamo un’identità neutra costruita non si sa bene su cosa”. Speriamo che i giudici tengano conto della violenza del desiderio da ambo le parti come sanno da millenni tutte le culture dall’India alla Grecia che la racconta nelle sue tragedie. L’ultima idiozia della “suscettibilità sinistra” come il “Me Too” viene anch’essa dagli Usa e si chiama “catcalling e riguarda le molestie per strada in particolare ai fischi rivolti alle ragazze che passano, magari mentre fanno jogging, come è stato il caso di Aurora la figlia di Eros Ramazzotti. Un’usanza antica di apprezzamento ma farla ora diventare “bullismo”, elevarla ad emergenza sociale, invocare i diritti e il rispetto della persona e addirittura attrezzare una macchina giuridica per colpire queste desuete inezie è il delirio di correttezza del nostro tempo. Siamo alla statalizzazione degli orientamenti sessuali, all’intervento pubblico nella sfera intima, al protezionismo omo transessuale di Stato ma quel che è peggio è che si sta creando un muro di diffidenza tra sessi e persone. Veneziani osserva che in un fischio a una passante si vede già l’inizio di uno stupro; in ogni apprezzamento si vede il maschilismo all’opera che poi muterà in sessismo ed infine in violenta sottomissione della donna (permessa però agli islamici). Non si distingue più tra corteggiamento e stalking. Ma che società stiamo disegnando con questi recinti fra i sessi? Suggerimento sottinteso: meglio farsela con persone del tuo stesso sesso, corri meno rischi! Alla faccia!