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“LEI COSI’ SNOBBATA”

Se i libri facessero male, se la letteratura fosse nociva come una droga o l’alcol, tutti gli adolescenti si farebbero di Baudelaire, Saffo, Cechov, Murakami o Amos Oz. Il fatto singolare è che i libri fanno male sul serio, e che la letteratura è davvero una droga: possiede l’amarezza delle foglie di tabacco masticate per ore, intride il corpo di veleno più di qualsiasi belladonna. Circondati da schermi, video, tablet, pc, viviamo certo in tempi che non invogliano alla lettura: i video, le immagini, o meglio le figure – come dicono gli allergici alle pagine fitte di caratteri tipografici dove non compare neppure un disegnino – sono più veloci da percepire, più immediati e fruibili. Se proprio non si rinuncia alle parole, meglio tuttavia evitare i post, che annoiano, e darsi ai tweet: veloci, concisi, essenziali. È chiaro che Proust aveva dei problemi: più di mille pagine per raccontare in fondo cosa? Che il tempo passa e la gente cambia. Ma non lo si sapeva già? E Joyce? Migliaia di frasi indecifrabili in un inglese  astruso per descrivere cosa? La giornata di un trio di anonimi falliti alla fine. Chiunque ami la letteratura sa che è nel come il suo segreto. Sono gli stili a sedurre più che le storie. E per lasciarsi catturare da una malìa, bisogna accettare le regole del sortilegio, che è poi un tatuaggio sull’anima, e dunque soffrire perché l’indelebile ci muti, rendendoci più consapevoli, migliori. Ricordo cosa Alfredo Giuliani, che pur insegnava allora Letteratura Moderna e Contemporanea all’Università di Chieti, diceva per esempio di Lucrezio: leggere il “De rerum natura”, per di più in latino, non è all’inizio appetibile per nessuno, si tratta di un testo difficile, per tanti motivi, ma se si tiene duro, diceva Giuliani, che era anche poeta, se si supera la difficoltà iniziale, si riesce a entrare nel libro, cioè a scoprirne l’infinita bellezza, e si viene ripagati mille volte del sacrificio affrontato. La letteratura passa infatti per porte strette, è un’avventura, una sfida, non solo per chi la fa, ma anche per i lettori. Per quanto l’esaltazione calviniana della leggerezza vada a braccetto oggi con la benevolenza accordata alla scorrevolezza narrativa da qualunque recensore, la letteratura autentica è ostica, ci costringe a sforzarci in direzione dell’oltre, addirittura ci turba. Anche se all’apparenza conquista, la facilità in arte non sazia mai: raramente restiamo del resto soddisfatti leggendo qualcosa che ci somiglia troppo, che avremmo potuto scrivere persino noi, sottolineava Vittorini. La scossa non arriva solo dalla forma naturalmente: ecco perché la letteratura ingenua non è. Al contrario di troppi libri attuali che grondano melassa d’anime belle a iosa, lieti finali zuccherini, morali sdolcinate, la buona letteratura è cattiva: come uno psicotropo che pure regali in parte libertà e catarsi, sempre in qualche misura avvelena e mortifica. Quando mi chiedono di consigliare un libro a un adolescente sudo freddo, perché i veri libri segnano, i veri libri tolgono l’innocenza. Salinger è feroce, Conrad autolesionista, Hesse dolente, Bulgakov grottesco, d’Annunzio spregiudicato, Kafka masochista, Duras immorale; Yourcenair attraversa il tormento puro, Woolf la pazzia, Plath la sconfitta, per restare al Novecento. La letteratura non urla: “L’imperatore è nudo”, semplicemente lo mostra. E così ci toglie un po’ d’illusioni, ferisce al cuore. Se non lo fa, è mero ingrediente di bassa cucina, avrebbe chiosato Verlaine. Come la vita, è sporca di sangue e dolore. E come la vita s’addensa intorno a buchi e silenzi, colma di spazi bui più che di luce. Benché crudele, arrabbiata, straziata, ci salva per questo: il suo solo esistere rinnova la nostra speranza.

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