L’EPOCA “FLUIDA” 1

FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242 Forse ci sta sfuggendo il momento storico che stiamo vivendo in quanto a civiltà occidentale piena di conquiste in merito ai diritti umani, all’uguaglianza sociale uomo-donna, alle possibilità di acquisire cultura o beni materiali. Ma nella prospettiva del mondo “globalizzato” per via soprattutto della digitalizzazione, di un linguaggio veramente universale, ci siamo trovanti molto impreparati e confusi non avendo la consapevolezza che le conquiste vanno difese sempre e soprattutto se ci si apre. Superficialità, noncuranza, frettolosità negli scambi, conoscenza di esperienze diverse e nuove e mai rapportate ai pregressi, crisi identitaria in tutti i sensi hanno condotto all’insorgere di uno scenario che non ha più confini, paletti, riferimenti che possano ricondurre ad una qualsivoglia etica comportamentale sempre alla base di una società che vive e prospera. Siamo in piena epoca “fluida”! E c’era d’aspettarselo visto il lento declino di una scuola sempre più permissiva che invece di preparare i ragazzi alla vita fatta di sacrifici, rinunce nel nome del progresso li hanno immersi già nel progresso evitando loro sacrifici e rinunce; c’era d’aspettarselo se la Chiesa da sempre culla delle nostre origini cristiane ha smesso la sua partecipazione fra la gente, tanto falcidiata dalla crisi delle vocazioni e dalla predominanza degli affari vaticani sul bisogno del popolo di avere almeno l’ultima chance di conforto alle disgrazie subite. Si va in chiesa e si vede un sacerdote più spesso nordafricano che in tutta fretta chiude l’omelia per dover aprirne un’altra in una chiesa distante. Rari gli esempi rimasti del pastore di anime ma in virtù della consapevole preziosità si permettono pensieri del tutto autonomi e non proprio conformi con i dettami della dottrina come l’ingerenza su scelte politiche o scelte del tutto opinabili come un approccio al dialogo interreligioso costruendo un presepe con Maria in burqa e San Giuseppe Mustafà segno di spiccata irritualità e convenienza spicciola quanto inopportuna. Non sta a loro costruire presepi misti ma starebbe a loro il levar di scudi contro la scomparsa di tutta la simbologia cristiana dagli uffici pubblici a difesa di ciò che rappresentano: la religione del loro paese! E soprattutto la base di quell’etica che ha permesso lo sviluppo della cultura nel nostro continente che ben si è guardato dal riconoscerlo nell’atto della fondazione dell’Unione Europea eliminando l’origine giudaico-cristiana di gran parte dei suoi abitanti. E già perché oggi ci si vergogna un po’ a sentirci cristiani perché vale il notevole pregiudizio del cristiano conservatore, razzista, omofobo. Tutto profondamente falso! E qui sta l’ignoranza dei nostri giovani che sono bravissimi nel twittare ma poco avvezzi alla lettura e alla riflessione. La legge di Gesù Cristo è in assoluto quella più libertaria e rispettosa di tutti i diritti umani, quando nei secoli bui decretava già l’uguaglianza civile uomo-donna, quando l’elargizione della misericordia ritornava ad eguagliare il peccatore con l’onesto, quando la fratellanza non distingueva il colore della pelle o le fattezze umane. Il razzismo è nato con l’avvento del Illuminismo vero padre di razzismo e nazismo e la xenofobia nasce dalle pseudoscienze del secolo dei lumi quando vennero a cadere tutti i freni imposti dal cristianesimo. Certamente le società antiche erano anche “proto-razziste” ma per poter evidenziare tutto il suo potenziale come ideologia il razzismo doveva affrancarsi dall’universalismo cattolico come hanno affermato per secoli che gli ebrei o i neri o qualsiasi altro uomo aveva un’anima da salvare o la stessa unicità del genere umano discendente da Adamo ed Eva. Anche i santi sono stati europei, africani, etiopi o neri. Un celebre storico Leon Poliakov nel suo “Mito ariano” nota che i primi teorici del razzismo fossero per lo più i “deterministi”, negatori del libero arbitrio e seguaci di un laicismo militante che diversamente dalla Bibbia afferma la razza come motore della storia riconducendo le manifestazioni dell’intelligenza a fatti fisici considerando la vittoria materialista della psicologia sulla fisiologia in netta antitesi della disciplina antropologica della Chiesa. Le filosofie materialiste o panteiste in epoche di colonialismi hanno fornito concetti basilari ai razzisti come la negazione del monogenismo biblico in quanto per loro non era possibile che bianchi gialli o neri, diversi per cultura e fattezze umane, avessero la stessa origine. Si diffonde così il poligenismo con tanti progenitori di aspetto, intelligenza e lingua diversi. Scrive Francesca Castradori in “Le radici dell’odio” che la teoria poligenetica libera del tutto l’europeo dall’affratellamento con l’africano. Corifei di questa concezione sono alcuni filosofi razionalisti come Voltaire e David Hume. Nella prima metà del novecento si è giunti così con queste pseudoscienze a giustificare il “razzismo scientifico” e siamo già nel secolo in cui la fede cristiana è superstizione e la scienza la vera religione. Hanno misurato di tutto dagli angoli facciali generando la fisiognomica, la frenologia che legge la conformazione della testa, l’eugenetica, la ben nota antropologia criminale di Cesare Lombroso secondo cui il criminale lo si intuisce dalla conformazione del suo volto e dalle fattezze del cranio. Con somma delusione quando si sono accorti che un africano può avere un cervello più grande di un uomo bianco ed anche se quest’ultimo molto istruito ed acculturato. Ma la spinta del trend laicista e relativista non conosce ostacoli come si evince dalla scomparsa della religione sia dalla sfera pubblica, con provvedimenti e leggi che nulla hanno a che condividere con l’etica cristiana e soprattutto dalla sfera privata con sempre maggiore astinenza dai luoghi di culto (nella sola Germania hanno chiuso i battenti circa 750 chiese). E c’è da chiedersi cosa ci sia di abominevole retrivo e inadatto nel messaggio di Cristo. Forse il segno della ricompensa del dolore, il mito della sofferenza, il sacrificio dell’altruismo, l’essenza stessa della chiesa quale emblema degli ultimi in un’era pervasa dalla pretesa ed arroganza di essere comunque primi a meno di esistere. Possiamo anche togliere i crocefissi dagli uffici pubblici ma non possiamo fare a meno di riferirci ad un etica che volente o nolente è principalmente cristiana. E non si può mentire sugli enormi sviluppi che l’arte, la scienza e la cultura, oscurantismi a parte, hanno avuto nei paesi cattolici. Viviamo purtroppo l’assenza di un pensiero forte come del romanticismo del secolo scorso e siamo alla mercè di multipli pensieri deboli forieri di verità adatte alla bisogna. L’aver creato una generazione di “protetti” tout court ha falsamente messo in pace la nostra coscienza di padri col risultato di avere figli che non hanno più le gambe per camminare e che Michele Serra nel suo libro chiama “sdraiati”. Abbiamo abolito tutte le autorità, famiglia, magistratura, scuola, fede, col grosso errore che abbiamo decretato anche la fine della loro “autorevolezza” rimanendo orfani di qualsivoglia punto di riferimento. Orfani perché aborriamo qualsiasi forma di riflessione culturale. Qualche esempio? In libreria non trovo quasi mai una disponibilità a meno di ordinarli, con naturale attesa, quei libri di saggistica che sfogliando qualche quotidiano o navigando in Internet solleticano la tua curiosità ed appagano forse il desiderio di una maggiore conoscenza fenomenologica. Alternativa è ordinarli via Amazon e te li ritrovi in 24 ore a casa e anche a prezzi scontati. Ma non preferisco questa via sapendo quante lacrime e sangue costi quest’esercizio che schiavizza il lavoro dell’uomo. E devo realizzare che le librerie sono oramai piene di tutte quelle primizie editoriali che spingono all’acquisto il lettore per consiglio o bella mostra ma che sono frutto di una editoria da discount che racconta senza spiegare, che scrive senza riflettere, che si adegua senza creatività, che surrogano lo studio col ben più remunerato racconto, secondo un malefico trend difficile da invertire. E vedi scaffali pieni di Scalfari, Camilleri, Cazzullo, certamente meritevoli dal punto di vista prosaico ma poco inclini alla costruzione di un pensiero critico. E allora ti accorgi con una certa sensazione di malessere omnipervasivo che siamo al limite della natura umana con il libero arbitrio nato dalla cacciata dell’uomo dall’Eden oramai scomparso. Nell’illusione che siamo ancora uomini liberi in realtà pascoliamo tutti nel grande recinto del monologo elogiativo dell’ordine dominante. In quest’epoca di pseudodemocrazia la falsa libertà è di poter credere che l’informazione non necessiti di approfondimento o riflessione e se tutto è facilmente abbordabile via web perché allora mercanteggiare con tomi o pubblicazioni più impegnative? Sento continue lamentele dell’editoria che denuncia mancati introiti e scarsi profitti, giornali che vendono poco, edicole che chiudono. Ma se la stampa che è stata la base delle progressione della civiltà umana si rendesse conto che forse è colpa di una fornitura troppo omologata, di articoli che prima di leggerli già sai come discettano, della marea di pennivendoli che hanno sostituito in veri giornalisti che spesso hanno pagato con la loro vita il desiderio di verità, forse si potrebbe invertire il trend e salvare questa umanità che sta diventando sempre più scema e ignorante. Il giornalismo vero, la scrittura mordace deve riprendere il sopravvento su questa melliflua vulgata calligrafica, drogata ma influente e non credo che si perda una grossa fetta di mercato. Se i racconti non si vendono perché non riproviamo con i saggi? Capiremo meglio se il nostro comportamento può essere o meno punibile in quanto non conforme alla normale condotta sociale essendo quest’ultima divenuta molto ampia e discutibile. Questa estrema sensazione di pseudo-liberazione in realtà si trasforma in una condizione di una non alienabile sudditanza verso i poteri costituiti che meglio controllano il nostro vivere imponendoci le loro regole e togliendoci il gusto della scelta. Siamo liberi di comunicare col mondo e divenire protagonisti del web ma a che prezzo? Che ogni nostra mossa viene registrata (la gran parte del lavoro della magistratura si basa sulle intercettazioni telefoniche e sui siti web visitati oltre delle innumerevoli telecamere che ci spiano anche se beviamo una birra) negandoci il diritto all’oblio momentaneo tanto utile ad una riflessione interiore e alla certezza di sentirci veramente liberi non essendo “guardati”. Ci può essere, in questo andare verso di sé, un’eco dell’antico invito platonico al “ritorno a se stessi” o dell’invito di Agostino del “ritorna in te stesso perché nell’uomo interiore abita la verità” e ciascuno potrà interpretare quella verità secondo i gradi di un suo rapporto con la trascendenza o secondo le forme della sua laicità. E invece siamo perennemente connessi fino al bisogno di un “detox digitale” immersi nell’universo di Internet che non diversifica la buona notizia dalla bufala ma che permette la nascita di ambigui ed ignoranti personaggi che Fiorello definisce codardi senza palle, Linus barbaro rovina esistenza. Ma il meglio lo ha dato Maurizio Crozza che lo ha sdoganato in una maschera da mettere alla gogna: l’odiatore professionista da social che la rete conosce come Napalm51, un cagatore di cazzo seriale che sta tutto il giorno davanti al computer a vomitare bile e che Enrico Mentana ha ribattezzato col neologismo più azzeccato dell’anno: “webete”. Il tupamaros da tastiera, il prete spretato, il predicatore di borgata, il tuttologo ignorante, il cretino 2.0, il dottor Jekill che sta dentro l’uomo qualunque, lo spaccato di questi tempi frustrati, la bocca della post verità. Ritornando all’umano l’uomo fa le leggi per ovviare ad ogni inconveniente che incontra rilevando a breve quanto queste siano insufficienti e allora si rifanno altre leggi per sostituire quelle già fatte cosicché il corpo delle leggi diventa mostruoso come un grosso contenitore dove c’è tutto e il contrario di tutto con notevole rallentamento della interpretazione giudiziale ma tanto utile a chi cavillosamente decide di farla franca. Si va dalla giustizia alla ingiustizia e oppressione. Così scriveva Bernard de Mandeville agli inizi del settecento denunciando il male endemico dell’azione politica: la sua invadenza nella vita degli individui. Figuriamoci se potesse vedere oggi lo stato della nostra magistratura e dei suoi componenti che si è comodamente sostituita allo stato per il sonno della politica!

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