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L’inizio di una nuova serie

Un po’ per gioco, un po’ per passione, perché ricordare le cose più belle fa bene all’anima e da la possibilità di poterci distrarre, anche solo per pochi minuti, da eventi tristi e dalle routine giornaliere, inauguriamo, con queste righe, una serie di articoli dedicati ai/alle 8 (otto) “cose” più significative da portare con noi. Dove? Sulla Luna, su Marte, in cima all’Everest, nelle profondità marine … non importa il luogo, quello lo lasciamo alla fantasia di ogni lettore. Unica condizione, affinché il “gioco” possa funzionare, è che siano territori dove internet (almeno per il momento) non sia connesso. Solo così avrà senso operare, di volta in volta, una piacevole e “dolorosa” selezione dei/delle migliori otto. A proposito, perché proprio otto e non, magari, i più canonici sette o dieci? Beh, per almeno due motivi: il primo è che, per l’appunto, non vogliamo esserlo (canonici), il secondo perché l’8 rovesciato “∞” simboleggia l’infinito, come le possibilità di aggiungere e modificare gli elenchi che, di volta in volta, vi proporremo.

 

La prima lista non poteva che essere musicale. In fondo ogni nostra azione, qualsiasi periodo o semplice attimo della nostra esistenza, ha avuto o avrà una propria colonna sonora. Potremmo non ricordarla al momento, ma statene certi che c’è, nascosta in un anfratto della nostra mente, pronta a scattare e a farci sorridere (o piangere), quando meno ce lo aspettiamo.

Ogni scelta, lo sappiamo, sarà opinabile, giacché soggettiva e umorale, ma anche per questo ci auguriamo possa scatenare risposte e commenti tali da far nascere una miriade di altre, personali, liste di gradimento.

Orbene, veniamo quindi agli otto brani musicali di cui proprio non si potrebbe fare a meno, in rigoroso ordine alfabetico, come sarà ogni volta:

 

  • Another Brick In The Wall dei Pink Floyd, uscì alla fine del 1979, per I testi del bassista e cantante del gruppo, Roger Waters. Parzialmente autobiografico, fu un vero e proprio atto d’accusa nei confronti di tutti quegli insegnanti “cattivi”, che con i loro atteggiamenti autoritari danneggiano la psiche dei loro studenti. In seguito lo stesso Waters precisò che non si trattava di un attacco generalizzato nei confronti di tutto il mondo scolastico, ma esclusivamente verso chi utilizza quel sistema, propedeutico a una sorta di lavaggio del cervello degli scolari. Durante la lavorazione del brano, ritmato e funky, forse fu il produttore, Bob Ezrin, ad avere l’idea d’inserire il celebre coro di bambini, una chicca che lo consegnò all’eternità. Nel 1982 il regista Alan Parker ne trasse un celebre film. Piccola curiosità: erroneamente si associa spesso alla caduta del muro di Berlino, in realtà si trattò di una semplice casualità dettata dal titolo, che la fece entrare fra le colonne sonore di quell’evento epocale.

 

  • Bohemian Rhapsody dei Queen, capolavoro assoluto del gruppo britannico, fondato dal chitarrista Brian May e reso celebre dalla voce di Freddie Mercury. Prodotto nel 1975 e inserito all’interno dell’album A Night at the Opera, mescola in maniera celestiale il genere rock con l’opera lirica. All’epoca sembrò pura follia che il brano principale di un LP durasse ben sei minuti: un profetizzato suicidio artistico si trasformò in una grande scommessa vinta e il resto è storia (della musica e non solo). Ha dato anche il titolo al bellissimo film del 2018, che narra le vicende della band, dalle origini e fino alla tragica fine di Freddie.

 

  • Hey Jude dei Beatles è probabilmente la più iconica (scelta comunque non semplice fra le tante) canzone del mitico gruppo di Liverpool. Scritta da Paul McCartney e dedicata al figlio di John Lennon, Julian, tant’è che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi “Hey Jules”, presenta un testo molto delicato e complesso dal punto di vista psicologico. I genitori, appunto John e Cinthya Powell, si stavano separando e il testo sprona Julian, in evidente crisi, a superare con forza il triste evento. Un messaggio universale che a distanza di oltre 50 anni (uscì nel 1968) continua a essere quanto mai efficace e attuale.

 

  • Imagine di John Lennon, pubblicata nel 1971 è universalmente riconosciuta come l’inno alla speranza. Suonata e cantata nel corso dei decenni successivi dai più celebri musicisti, in occasione di eventi particolari, magari luttuosi, dove necessitava spingere il mondo verso un futuro migliore, in realtà John la scrisse con un obiettivo e un significato diverso da questo: aveva compreso che le religioni, a causa della loro diversità e della forza che generano nei fedeli, dividono e generano guerre, per cui un mondo migliore è possibile solo senza di esse. Il testo incita anche ad abbandonare le idee politiche e i confini fra Paesi per ottenere il risultato finale della pace nel mondo. In pratica il Manifesto Comunista, anche se lui dichiarò di non esserlo.

 

  • Johnny B. Goode di Chuck Berry uscì nel 1958, ma il leggendario musicista lo scrisse nel 1955, annotazione importante e vedremo il perché. Un pezzo di Rock & Roll puro, che nei testi descrive molto bene il classico “sogno americano”, nella fattispecie quello di un semplice ragazzo di campagna che fa fortuna grazie alla musica e alla sua chitarra (autobiografico? forse …). Fu probabilmente il primo brano musicale a mettere d’accordo sia i bianchi sia i neri d’America, cosa non da poco per quei tempi burrascosi di là dell’oceano. Colonna sonora di tanti film, pubblicità, serie televisive e tanto altro, ma qui vogliamo almeno ricordare la “fantastica” citazione in Ritorno al Futuro di Robert Zemeckis, quando se ne narra addirittura la possibile genesi, in una scena cult del mitico film, ambientata proprio nel 1955…

 

  • Like a rolling stone di Bob Dylan del 1965 è forse il testo musicale più rivoluzionario e iconico dal dopoguerra a oggi. Fonte d’ispirazione del mitico cantautore statunitense, la vita di Edie Sedgwick, una giovane attrice morta a soli 28 anni, consumata dalla droga e da un’esistenza bruciata in un mondo glamour tanto eccitante quanto superficiale, che alla fine della parabola, come una pietra rotolante, la rende invisibile e indesiderata. Bob Dylan, prima di “vomitare” (descrizione sua) dal nulla questo brano, non stava attraversando un buon periodo, tanto da pensare di ritirarsi dal mondo della musica, quindi ne possiamo dedurre sia stato anche un minimo autobiografico.

 

  • Satisfaction (I Can’t Get No) dei Rolling Stone, anche questo del 1965 (che anno!), diviene in breve tempo l’inno dell’insoddisfazione giovanile del tempo. Scritto da Mick Jagger ma celebre soprattutto per il riff di chitarra che Keith Richards compose praticamente nel sonno (si svegliò alcuni minuti e istintivamente lo registrò “al volo” prima di riaddormentarsi). Al risveglio riavvolse il nastro, lo ascoltò e rimase sorpreso: non ricordava assolutamente nulla! Era solo una versione “demo” quella che tutti da allora hanno conosciuto e ascoltato. Richards non voleva farla ascoltare nemmeno ai produttori, convinto che andasse rifinita, ma andò invece in radio e il successo fu talmente immediato e clamoroso che rimase così per sempre.

 

  • Smells Like Teen Spirit dei Nirvana, nel 1991 rivoluzionò la musica, creando un’alternativa al rock: il grunge. Il gruppo e il loro leader, Kurt Cobain, divennero in breve tempo delle star internazionali. Un’intera generazione di giovani, delusa da ogni simbolo di quel tempo, ancora una volta trova sfogo liberatorio e rivoluzionario grazie ad un brano musicale. Il celebre video, registrato all’interno di una palestra liceale, mostra tutto il desiderio di ribellione giovanile, fino a quel momento covato ma mai davvero espresso.

 

Al prossimo “otto”, che sarà interamente dedicato ai libri.

di Fabio Rosica