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LO STRESS DEL POTERE

FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242 Lo stress del potere fa male al cervello. La prova è scientifica. Lo studio è stato pubblicato su un’autorevole rivista scientifico-tecnologica, la più vecchia d’America, “The Atlantic”. Tale affermazione va contro l’aforisma andreottiano del potere che invece logora chi non ce l’ha. Dacher Keltner, psicologo della prestigiosa università californiana di Berkeley, afferma che la gestione del potere in soggetti non abituati a confrontarsi con se stessi porta a perdere capacità mentali, soprattutto quelle utili a comprendere le ragioni delle altre persone che un tempo hanno permesso la sua stessa ascesa al potere. E questa è la stessa ragione che ha condotto al fallimento della cosiddetta democrazia rappresentativa, oggi più che mai attuale, nel senso che l’eletto, che dovrebbe farsi portavoce delle istanze degli elettori, si trasforma in un gestore unico del suo potere e si appropria di un linguaggio ben connesso alla stanza dei bottoni ma ben lontano dai cittadini deleganti. E rincara che se il potere fosse un farmaco avrebbe una lunga lista di effetti collaterali che va dall’intossicazione, alla corruzione, e infine a danni cognitivo cerebrali che conducono al mancato adattamento quando si perde il potere stesso. In tal caso l’angoscia della perdita comporta scelte ed atteggiamenti del tutto incomprensibili rispetto all’habitus precedente. I famosi cambi di casacca e le ondivaghe peregrinazioni nell’alveo parlamentare pur i restare in sella da qualche parte. Ma non è solo una questione psicologica il mutamento, esistono a riguardo studi scientifici di neurobiologia come sostiene il neuroscienziato Sukhvinder Obhi che attraverso analisi di laboratorio come la stimolazione magnetica transcranica ha scoperto che il potere inibisce o anestetizza l’attività di uno specifico processo neurale che va sotto il nome di “mirroring”. Si perde in tal modo la capacità di sviluppare empatia, di avere delle relazioni come si faceva in precedenza, in fondo la capacità di essere se stessi. In tal modo ci si rifugia negli stereotipi, nell’aggressività e nel delirio di onnipotenza. E la disconnessione col mondo reale è il paradosso del potere! E molti parlamentari non vanno più nelle periferie, tagliano i rapporti col territorio, stando chiusi nei palazzi romani, vivendo le problematiche dei cittadini in quelle zone solo per sentito dire e mai per aver visto. Ma anche a vederle l’importanza del degrado scema di fronte ad una valutazione spesso spicciola o inesistente nel cervello in tutt’altre faccende affaccendato. Come si può comprendere o condividere la paura di uscire soli la sera nella speranza in strade buie di non essere aggrediti se la loro esistenza è continuamente protetta e facilitata? Scandaloso che anche parenti o discendenti dei politici o ex politici usufruiscono ancore della scorta come la figlia dell’ex presidente Scalfaro. Che ci azzecca? Direbbe Di Pietro. Per tornare alla sfera psicopatologica un gruppo di criminologi dell’Università di Milano hanno firmato un libro molto interessante ”Colpevoli della crisi? Psicologia e psicopatologia del criminale dal colletto bianco”(Ed. F. Angeli). Non si tratta di esagerazione ma della naturale conseguenza di quella che Christopher Lasch ha chiamato “cultura del narcisismo”. Afferma infatti che a partire dagli anni ’70 prima negli USA e poi in Europa si è imposto un “individualismo esasperato” che diffondendosi a livello di massa ha trasformato stili di vita e comportamenti della vita quotidiana. E’ dunque logico che in una società narcisistica arrivi in alto chi è più narcisista degli altri: il più individualista, il più egoista, il manager più spietato e pronto a tutto per garantirsi soddisfazione personale e lauto stipendio come sottolinea Francesco Borgonovo immerso in un sistema che premia la spregiudicatezza e la concezione secondo cui il fine giustifica i mezzi come riporta la professoressa Isabella Merzagora presidente della società italiana di Criminologia. Vale la legge di Merton “vincere il gioco anziché secondo le regole del gioco”. Secondo lo studio della Merzagora e colleghi le caratteristiche dello “psicopatico di successo” sono: mancanza di rimorso, freddezza emotiva, amore per il rischio, egocentrismo, manipolatorietà, machiavellismo, spregiudicatezza, narcisismo, disonestà e menzogna, aggressività controllata e soprattutto mancanza di empatia. E’ logico che fare carriera in una grande banca è più semplice per chi ha il coraggio di vendere titoli tossici a un risparmiatore e soprattutto per chi possiede la qualità della “negazione della vittima”. Infatti le possibili scuse del suo operato vanno dal fatto che il rischio in certe operazioni finanziari esiste e non sempre controllabile e che in fondo il risparmiatore stesso “ se l’è andata a cercare”. Gli studiosi hanno sottoposto solo 52 manager italiani, perché altre la gran parte delle aziende si sono rifiutate, ad un questionario che fornisce un punteggio dell’”indice globale di psicopatia”. Alla fine del test in ogni caso il 12,5%(che non è trascurabile) dei manager ha mostrato valori eccedenti la media del punteggio in particolare i giovani, le donne e i vertici più alti. Non c’è che dire o aggiungere altro. Nella speranza di non incontrarli mai!

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