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 Luciano D’Alfonso: Il cuore in Abruzzo e la testa in Europa

Luciano D’Alfonso si racconta in un libro-intervista firmato da Umberto Dante 

“Le ragioni dell’Abruzzo” è un libro che non può lasciare indifferenti. E’ la storia di un uomo che ha toccato con mano la realtà di un piccolo e nobile paese quale Lettomanoppello e la sofferenza in famiglia e ne ha tratto una lezione e una ottica prospettica di vita che gli hanno permesso di avere una visione illuminata nella gestione del bene comune.

Luciano D’Alfonso si racconta a cuore aperto alla abile penna di Umberto Dante, docente di Storia moderna all’Università dell’Aquila e Presidente dell’Istituto abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea.

L’interesse di questo libro-intervista risiede nella sua purezza, domande e risposte si intrecciano nel definire i molteplici aspetti e punti di vista che hanno caratterizzato l’ascesa politica di un uomo che le nuove generazioni definirebbero “ self made man”.

L’importanza della sua lettura deriva dal numero dei dati che vengono forniti, dalle personalità della politica che vengono citate e commentate e dalla naturalezza e dalla franchezza con cui Luciano D’Alfonso esprime il suo punto di vista su vari e variegati argomenti.

Il libro intreccia storia privata e politica e mostra come le crescita personale influisca anche nel servizio alle istituzioni pubbliche.

E’ un testo del 2010 che però ha una importanza anche in questo momento contemporaneo e di cui ci parlerà nell’intervista che segue direttamente Luciano D’Alfonso.

Senatore, la funzione di cui parla nel paragrafo “ La scuola della vita e la vita della scuola”delcaffè delle grandi città  può essere paragonata alla piazza virtuale di facebook dell’epoca contemporanea ?

“Sono convinto che la sfida, oggi,sia quella di far incontrare la realtà effettiva. Nel Novecento la realtà era un protagonista, adesso ho la sensazione che i canali virtuali di comunicazione mettano da parte la realtà effettiva determinando una verosimiglianza, rispetto alla realtà, ad opera di questa offerta che fanno i social, che fa la rete, nei confronti di opinioni, emozioni ed occasioni di incontro.Di sicuro dobbiamo prenderne atto, però la frontalità ed il recuperare la centralità dei fatti che accadono e l’esperienza straordinaria dell’accaduto aiuteranno anche la politica a recuperare la propria legittimazione. Il fatto straordinario nell’esperienza umana è l’incontro:tra l’uno e l’altro. Tra l’uno e gli altri. Ed anche la capacità che ha l’essere umano attraverso la realizzazione del suo progetto di vita di stupirsi, di meravigliarsi, ho la percezione che oggi non ci sia più la meraviglia. C’ è soltanto l’indignazione, che però è come se fosse trascinata a fondo da una specie di istantaneità della valutazione che poi non resiste, si passa subito appresso, non alimenta di sé la pubblica utilità.Quindi concordo con la direzione di marcia della domanda, ma dobbiamo recuperare la potenza dell’incontro”.

Quanto la sofferenza vissuta in famiglia ha affinato la sua abilità nel comprendere la politica ?

“A proposito della sofferenza io penso che il dolore, sia individuale che collettivo, sia in grado di sprigionare grandi energie. Nel mio caso, il dolore che ho conosciuto dentro lo spazio familiare, mi ha aiutato a dare le giuste proporzioni ai fatti. Nell’antica grecia l’idiota non era colui il quale  era manchevole sul piano dell’intelligenza, ma era colui che sbagliava le proporzioni e le valutazioni. Il dolore è una grande scuola di vita. Certo si tratta di saperlo rilevare, di sapercisi orientare e di farsi anche una ragione del dolore che accade, quindi di andare oltre. Poi la fede, nell’ esperienza di molti, aiuta anche a sublimare il dolore,sicuramente non si può immaginare un’esperienza di vita senza il dolore”.

Per quanto concerne il concetto che esprime di disparità delle informazioni circa la scelta delle Istituzioni scolastiche quanto è necessario potenziare in Abruzzo la funzione del servizio pubblico nella scelta dell’università?

“Sono convinto che il più grande ascensore sociale sia l’esperienza educativa e formativa che viene messa in campo dalle scuole e dalle università. Nel mio caso, sono nipote di un minatore balbuziente. Mio nonno, per parte paterna, non aveva nessuna abilità sociale, aveva solo la forza delle braccia ed ha lavorato in lungo ed in largo in ogni parte del mondo. Mio padre è stato l’unico dei suoi cinque fratelli che ha potuto studiare grazie ad una istituzione religiosa. Successivamente è arrivata la volta mia che ho potuto studiare grazie ad un’offerta dell’  insegnamento di provenienza  e di caratteristica pubblica. E’ il diritto allo studio sancito dalla Costituzione che ha permesso a me, ma non solo a me, di poter studiare. Il dato è che, almeno fino a quando ho dovuto scegliere io l’università, il patrimonio informativo coincideva con le conoscenze di cui si disponeva in famiglia, non c’erano realtà capaci di orientare. A me è andata bene, sono molto contento della mia scelta universitaria. Vorrei,però, che ci fossero servizi di marca pubblica su questo fronte, evitando una disparità di condizioni”.

Si evince dalla lettura di questo libro-intervista l’importanza di un estremo rigore nella gestione del bene comune. Quanto “pesa” nella progressione sociale, economica e culturale, il concetto di tolleranza di vari comportamenti a cui ci sta abituando gran parte della cultura televisiva moderna?

“Sono convinto del fatto che alla classe dirigente non solo serva la tolleranza, ma la città, che  mi interessa molto come categoria, sociale, economica, giuridica, culturale ed urbanistica; la città; si fa preferire e  diventa un luogo capace di accogliere, se dentro di essa si coltiva la tolleranza,che la rende anche più attrattiva. La tolleranza porta l’innovatività, la creatività, la capacità anche di ospitare tecnologia, la capacità di essere il luogo dove si incontrano e interagiscono fruttuosamente i diversi.  La tolleranza potremmo dire che è un valore sommo dei cittadini. Io sono convinto che esiste un cielo stellato dentro di noi e un cielo stellato fuori di noi.  Non sono convinto che il legno storto dell’umanità si possa affidare solo alla dimensione individuale dell’etica,c’è bisogno anche della forza della norma. La norma sprigiona obbligatorietà se c’è educazione a recepire quell’obbligatorietà. C’ è un bellissimo insegnamento di Norberto Bobbio a proposito della norma capace di obbligatorietà. La norma è capace di obbligatorietà e, quindi, di farsi rispettare se conta su di una cittadinanza matura, consapevole, che dentro di sé coglie il valore di quella norma. Anche a proposito del grande tema della libertà, non è vero che la libertà si ferma davanti alla libertà altrui; matura, invece, davanti alla libertà altrui. Se ci sono due libertà che sono mature va in onda la libertà della collettività.”

A distanza di tempo, per come è stato e viene vissuto oggi il ponte del mare dalla cittadinanza, cosa pensa dell’impegno che ha dedicato? Ne è soddisfatto?

“Sono molto contento di quel segno identitario  che è il ponte del mare. Non ho avuto la fortuna di nascere a Pescara perché mia madre ha scelto di farmi nascere a Lettomanoppello.Pescara,però, è una città che dentro di sé accoglie e lega tutti, è una Città che , come disse De Rita “è molto se si mette insieme e diventa poco se si isola”, ha insegnato a molti il contratto di città, il rapporto tra diritti e doveri nello spazio urbano. A Pescara, per esempio, la potenza  del mare e la potenza del fiume sono le due potenze che  raccontano il film, quasi la favola, della Città. Serviva, però, un’opera che cucisse la parte nord e la parte sud di Pescara. Il ponte nasce dalla raccolta dei suggerimenti dei Pescaresi autoctoni, delle donne vestite di nero della marina sud e nord, delle persone che hanno prodotto anche economia del mare,economia blu del mare blu. Raccogliendo questo suggerimento, ascoltando delle competenze nazionali e localicome  Enzo Siviero dal punto di vista dello Iuav di Venezia che ci suggerì, Tommaso Di Biase, Armando Mancini, Gianni Melilla, siamo riusciti ad andare avanti rispetto a questo segno potente che poi trovò la forza, anche, dei soggetti privati titolari di ricchezza. Così è nato anche il Ponte Flaiano. In quel caso mi aiutò di più l’Anas dell’Ingegner Michele Minenna”.

Quanto pesa nella crescita della regione Abruzzo il fatto che non ha che non ha conosciuto una stagione di regionalismo ?

“Noi dovremmo lavorare  per fare in modo che la regione Abruzzo cominci a pensare in termini di alleanza strategica con le altre regioni.  La regione Abruzzo è una regione al plurale dentro di sé e deve essere una regione al plurale anche fuori di sé. Un Abruzzo che dialoga con le sue prossimità : con il Lazio, con le Marche, con il Molise. Non possiamo non affrontare il cantiere di una macroregione che affronta dentro questo grande quadrilatero la domanda di infrastrutture, di approvvigionamento energetico, di difesa del mare blu ed anche di acquisti di beni e servizi complessi. Servizi che vanno dalla telemedicina alla formazione universitaria. Dovremmo ragionare in termini di cooperazione rafforzata e non di regione murata”.

Cosa significa per Lei modernizzare la Regione?

“Modernizzare la regione  significa farla essere facile. La regione deve imparare anche l’immediatezza amministrativa. La regione vincerà la sua sfida se si  coniugacome una funzione della vita delle imprese,dei cittadini e dei territori. Nel Veneto ed  in Lombardia questo è riuscito. Sta facendo un gran lavoro De Luca in Campania. Noi dovremmo costruire un’offerta politica capace di far percepire la regione come il luogo ed il livello istituzionale grazie al quale la vita delle imprese è facile, la vita delle persone viene soddisfatta da diritti fondamentali, ma anche la vita delle Città e la vita delle terre alte”.

Quanto sono utili le divulgazioni di dati e punti di vista dei “professionisti della politica” per il cittadino comune?  Quanto sarebbe utile una divulgazione a tappeto di dati come quelli inseriti nel libro “Le ragioni dell’Abruzzo?”. 

“E’ fondamentale che la Regione, ma anche gli altri livelli di governo assumano la cultura dei dati, che significa, poi, la cultura della valutazione, della misurazione. In un momento come questo la Regione ha in pancia, per competenza, 3 miliardi di euro derivanti dal PNRR. Si tratta di sapere in quali direzioni coniugare queste risorse, in quanto tempo queste risorse verranno cantierate, con  quale livello di partecipazione degli interessi e della popolazione e con quale livello di innovatività si realizzeranno queste infrastrutture. E poi si porrà la domanda della manutenzione per la messa in esercizio delle stesse. Serve, però, una capacità di giudizio delle classi dirigenti che la pubblica opinione deve avere come funzione non impossibile.  Gli intellettuali, la stampa,coloro i quali devono volgarizzare la quantità e qualità delle decisioni devono consentire anche che la classe dirigente venga giudicata non emotivamente. Ovvero cosa devono aggiungere all’Abruzzo 3 miliardi di euro del PNRR? Con quale velocità deve accadere quello che serve? Sapendo anche che in 72 mesi bisogna rendicontare tutto. Rendere moderna la Regione significa renderla funzionante, spostarsi facilmente, la transizione ecologica e digitale devono diventare diritti goduti. Potere studiare, poter curarsi anche se si verifica una nuova ondata di fragilità derivante da un’infezione o da un flagello o da un disastro. Abbiamo anche la grande partita riguardante la congiunzione tra l’acqua del mare e la terra ferma alla luce delle direttive europee ma anche della grande cura e premura che il Creato ci richiede. Tutto questo con le risorse in campo è possibile farlo però abbiamo bisogno di coniugare una graduatoria di priorità ed una macchina perfetta capace di fare tutto ciò che serve. Questo la cittadinanza deve poterlo giudicare. Mai più giudizi ideologici a prescindere dai fatti e giudizi non costruiti sulla numerazione dei risultati”.

 

di Anna Chiara de Nardis