Mia nonna e il Conte: il tempo, la memoria e l’enigma della nonna mediterranea

“Il tempo è il modo che la natura ha trovato per non farci accadere tutto in una volta.” — Albert Einstein

Mia nonna e il Conte di Emanuele Trevi

Con il nuovo racconto lungo “Mia nonna e il Conte”, Emanuele Trevi aggiunge un tassello prezioso alla sua opera narrativa, capace di muoversi con leggerezza tra autobiografia, finzione e filosofia. Il libro, dedicato a una nonna splendida, enigmatica, a volte ironica e incomprensibile, non è soltanto il ritratto familiare di una figura archetipica. È piuttosto un viaggio nel mistero della memoria e del tempo, un esercizio letterario che si pone come specchio delle relazioni più profonde, quelle che intrecciano le generazioni e che plasmano identità e sensibilità.

Trevi non descrive una nonna qualsiasi: la sua diventa una figura mediterranea e mitica, che incarna la forza atavica della Madre della Madre, la sovrana silenziosa della famiglia, capace di stringere lo scettro delle emozioni primarie e di orientare destini e ricordi. In questa prospettiva, il racconto assume quasi i tratti di un mito familiare che riflette, in filigrana, la storia collettiva e la cultura di un intero popolo.

La nonna come idillio e come enigma

In superficie, il libro può sembrare un idillio: il racconto di una nonna amata, di ricordi dolci e di legami affettuosi. Ma chi conosce la scrittura di Trevi sa che dietro il tono apparentemente lieve si cela sempre una profondità inattesa. Qui, infatti, la nonna diventa simbolo dell’enigma del tempo, di quel flusso che porta con sé frammenti, impressioni e memorie difficili da ordinare.

Il ricordo della nonna non è mai lineare: si intreccia con sensazioni contrastanti, con momenti ironici, con riflessioni che toccano la filosofia del vivere. Così, ciò che poteva essere semplice nostalgia si trasforma in meditazione sull’identità e sul passaggio delle stagioni della vita. La figura familiare non è solo evocata: è trascesa, diventando specchio delle domande fondamentali che ognuno porta dentro di sé.

L’influenza di Pasolini e del padre junghiano

In questo racconto, come in altre opere di Emanuele Trevi, si avverte chiaramente una doppia influenza che ne orienta la sensibilità: da una parte Pier Paolo Pasolini, con la sua capacità di raccontare il popolare e il sacro, la realtà quotidiana e i suoi lampi mitici; dall’altra, la figura del padre Mario Trevi, grande psicoanalista junghiano, che ha trasmesso al figlio la profondità di uno sguardo capace di cogliere simboli, archetipi, immagini dell’inconscio collettivo.

Se l’attenzione di Pasolini al mondo mediterraneo e alla sua stratificazione culturale spiega certe sfumature liriche e visionarie, l’orizzonte junghiano offerto dal padre spiega invece la forza con cui la nonna diventa un archetipo.

L’archetipo junghiano

Per Jung, gli archetipi sono forme universali dell’immaginario, immagini primordiali che abitano l’inconscio collettivo e che si ripresentano in tutte le culture sotto figure diverse: la Madre, l’Ombra, l’Eroe, il Vecchio Saggio. Mario Trevi, tra i più autorevoli interpreti italiani del pensiero junghiano, ha indagato a fondo questi simboli, insegnando che essi non appartengono al singolo individuo, ma alla memoria profonda dell’umanità.

Emanuele, figlio di questo insegnamento, sembra trasporre nel racconto la lezione paterna: la nonna non è solo un ricordo personale, ma l’incarnazione di un archetipo materno mediterraneo. In lei si riconosce l’energia della Madre primordiale, quella forza che protegge e domina, nutre e decide, custodisce e tramanda. È l’archetipo che vive nei miti antichi, nelle figure della Grande Madre mediterranea, ma che continua ad agire, trasformato, nelle famiglie contemporanee.

L’ironia come strumento di verità

Trevi accompagna la sua riflessione con un tono che non cede mai al sentimentalismo eccessivo. Al contrario, introduce spesso una vena ironica, quasi a ricordarci che anche nelle cose più solenni abita un sorriso segreto. Quando parla della “Nonna Mediterranea” come di una divinità rupestre, zodiacale, millenaria, non è solo lirismo: è anche una presa di distanza, un modo di relativizzare il mito familiare per renderlo più universale.

Questa ironia non sminuisce, ma arricchisce: permette al lettore di sentire la verità dell’esperienza senza cadere nella retorica. La nonna, allora, non è un’icona imbalsamata, ma una presenza viva, contraddittoria, persino teatrale. È proprio in questa ambivalenza che si rivela la forza letteraria del racconto.

Tempo e memoria: un intreccio inestricabile

Il cuore del libro è la riflessione su tempo e memoria. Trevi sembra suggerire che ricordare non è mai un atto neutro: è un esercizio creativo, che trasforma il passato e lo riveste di nuovi significati. La nonna, in questo senso, non è solo una figura del passato ma un nodo simbolico, che nel presente continua a generare domande e a ispirare.

Il rapporto con il tempo è sempre doppio. Da un lato, la nostalgia di ciò che non ritorna. Dall’altro, la consapevolezza che il passato vive nel presente proprio attraverso il ricordo. La memoria, allora, non è archivio, ma atmosfera, un campo emotivo che avvolge e dà senso. È qui che il racconto si fa filosofia, perché ci invita a chiederci non tanto chi fosse davvero la nonna, ma piuttosto chi siamo noi, ora, attraverso il ricordo della nonna.

L’archetipo della “Nonna Mediterranea”

Forse la parte più affascinante del racconto è l’elaborazione di un archetipo: quello della nonna mediterranea, che Trevi descrive come “zodiacale, rupestre, millenaria”. In questa definizione si condensano immagini di civiltà antiche, di culti pagani, di femminilità originaria. La nonna non è più solo un personaggio privato. È la rappresentazione di una forza culturale che attraversa le generazioni. Il simbolo di un potere materno che resiste ai secoli.

In questa figura archetipica convivono autorità e tenerezza. Mistero e quotidianità. È colei che custodisce segreti e ricette, ricordi e silenzi, sorrisi e rimproveri. In questo custodire diventa ponte tra passato e futuro, tra ciò che non deve perdersi e ciò che deve trasformarsi.

Un racconto lirico e filosofico: Mia nonna e il Conte

“Mia nonna e il Conte” si colloca così in una zona liminale tra narrativa, saggio e poesia. È lirico nei passaggi in cui la memoria si fa canto. Ironico quando svela la teatralità della vita familiare. È filosofico quando si interroga sull’essenza del tempo. Questa mescolanza è tipica della scrittura di Trevi, che non ama i confini rigidi e preferisce esplorare le zone grigie. Gli interstizi e i luoghi di transizione.

Il lettore viene trasportato in un viaggio che non è solo narrativo, ma anche interiore. Non si tratta tanto di “sapere” chi fosse la nonna, quanto di riconoscere dentro di sé l’esperienza universale del ricordo. Con la sua dolcezza e la sua ambiguità.

Mia nonna e il Conte: Una lezione per il nostro presente

In un’epoca in cui la memoria rischia di dissolversi nella velocità del presente digitale, Trevi ci ricorda la potenza delle radici. La figura della nonna diventa un invito a riscoprire il valore delle relazioni familiari. Dei legami profondi. Dei racconti tramandati di generazione in generazione.

Allo stesso tempo, il libro ci mette in guardia. La memoria non è mai semplice accumulo di fatti, ma sempre rielaborazione, interpretazione, invenzione. E questo non è un limite, ma una risorsa. Perché proprio nella capacità di trasformare il passato risiede la nostra libertà di vivere il presente e di immaginare il futuro.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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