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MILLENIALS – PRIMA PARTE

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E già l’attuale generazione dei 18-35enni che vivono un mondo molto diverso da quello di qualche decennio fa.

Un mondo dove in brevissimo tempo tante regole sono cambiate in una panoplia di stravolgimenti che vanno dalla scuola, alla comunicazione, agli stili di vita, alla economia, al lavoro, il tutto condito da una straordinaria fretta di negligere le cose passate per crearne di nuove in apparenza più adattabili al futuro.

Ma siamo sicuri che questo modo di procedere sia la mossa vincente? Siamo sicuri che il futuro che ci aspetta sia così vivibile e articolato? E’ questa la “rivoluzione” di cui l’informazione si fa sostenitrice e corifea nel merito di una società più evoluta? Non sono uno studioso applicato alla scienza sociologica e proprio per questo l’osservazione di certi fenomeni che sono sotto gli occhi di tutti hanno creato anche nella semplice umanità motivi di ansia, non di angoscia, per pericoli reali che quanto meno meritano qualche spunto di riflessione partendo dall’assioma che non esiste innovazione senza rispetto e considerazione della tradizione. La rivoluzione francese di cui le nostre libertà sono figlie ha dato luogo ad una “restaurazione” assai poco gradita dalla storia, comunque successa. Non è il nostro caso ove i vincoli della tradizione si sono man mano allentati nel coacervo di un relativismo senza confini e pertanto non così forti da riproporsi protagonisti. Ed  è impensabile poter retrocedere dal sempre più microchip da memorie incalcolabili al floppy disk. Ma siamo così pronti a poter gestire una tale rivoluzione tecnologica e sociale senza subire qualche danno? Danno non d’immagine, non di software, bensì di hardware cioè del nostro essere neurofisiologicamente composti.

La scuola. Ai miei tempi 40-50 anni fa la scuola era il crogiuolo dove si preparavano le menti nell’intento educativo di trarne tutti i vantaggi possibili dalle potenzialità di ogni singolo soggetto. Era organizzata in istituti professionali, tecnici e licei oltre alle elementari con maestri e maestre che tanto avevano di paternalistico amore per la loro professione. Ognuno poteva scegliere a seconda della propria propensione allo studio o alle manualità. I professori avevano quel rispetto sociale in quanto custodi di una cultura tanto necessaria in un’era di scarsa alfabetizzazione. Oggi la scuola vive un travaglio che mai si poteva pensare. E parlano pure di “buona scuola”. Gli insegnanti elementari che si trovano davanti tante tabule rase da dover plasmare hanno stipendi da fame per un ruolo così delicato. Bisognerebbe pagarli di più perché agiscono sulla mente come i chirurghi agiscono sul corpo.

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Ma non è possibile perché per offrire loro compensi più adeguati dovremmo ridurre il loro numero, dato che nascono anche meno bambini, e soprattutto incentivare una scelta “meritocratica”. Invece si è usata la scuola come possibilità di un “lavoro statale” affogandola in una pletora di docenti spesso fancazzisti e protetti, da sistemare, data la loro annosa precarietà, con ovvi stipendi bassi e spesso anche non meritati. Per non parlare del rapporto professore-studente che, ben lontano dalle legnate sulle mani o dai fagioli sotto i ginocchi e dietro la lavagna, si è nel tempo tramutato in un conflitto perenne fra particolari bisogni dello studente (come i BES cioè bisogni educativi speciali per situazioni economiche e sociali particolari o i DSA cioè disturbi specifici di apprendimento come la dislessia, la disgrafia) che predispongono piani didattici personalizzati o strumenti compensativi o dispensativi oltre  agli handicap che hanno bisogno dell’insegnante di sostegno e le possibilità normative del docente, ridotte al lumicino, in quanto appare del tutto scomparsa l’autorità e l’autorevolezza del ruolo, molto attento solo a non subire danni legali se esprimono giudizi poco lusinghieri sull’alunno al cospetto dei compagni di classe. E gli studenti oggi molto spesso vivono la scuola come un doveroso parcheggio ove la loro libertà irreprensibile viene difesa strenuamente da famiglie tanto allargate quanto inutili (da uno studente all’insegnante che non sapeva più che pesci pigliare..”tanto lei non mi può toccare e ci sarà il voto del consiglio a salvarmi”!

Famiglie che oltre a difenderli prima li aiuta economicamente con casa e la loro pensione dopo in quanto secondo i dati Istat le famiglie “jobless” sono salite nel 2015 al 14,2% ed i Neet cioè giovani che non studiano e non lavorano sono saliti di circa mezzo milione. Non sarà forse il caso che queste famiglie invece di aiutare i giovani li stanno affondando e con loro il nostro paese? E la laurea da prendere a tutti i costi e raggiunta ad un’età troppo avanzata per essere utilizzabile per un impiego(se foste imprenditore  assumereste una laureato a 23 anni o a 30 anni?) con scuole professionali andate in malora in un paese che ha rappresentato per un millennio la più alta fucina artigianale d’Europa? Mentre industrie continuano a cercare mano d’opera specializzata che non trovano e immigrati che prendono lavoro qualsiasi esso sia? Alla fine, ciliegina sulla torta, quand’anche la famiglia non fosse d’accordo nel mantenere a vita il fannullone arriva la magistratura, ahimè, ad imporre “l’obbligo dei genitori di concorrere al mantenimento dei figli non cessa con il raggiungimento della maggiore età ma permane fino al raggiungimento di un’indipendenza economica tale da essere in grado di provvedere autonomamente alle proprie esigenze di vita”, quale estensione innaturale ed infinita del rapporto di filiazione. Anche se non fai esami all’università o vuoi fare altri corsi dopo la laurea che vanno tutelati in quanto “aspirazioni culturali del figlio”.   Ma questi magistrati farebbero meglio a rileggersi Seneca “i giovani usino le loro gambe” prima di sequestrare la pensione ai padri.

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Si tratta infatti di una pubblica autorizzazione a rovinarsi! Ed è anche il modo superlativo di demolire il senso di autostima del giovane che si sentirà, patentato dal giudice, un buon a nulla, un perenne dipendente dalla famiglia come dagli stupefacenti. Qualsiasi psicoterapeuta di buon senso, a differenza del giudice, cercherà di tirarlo fuori dalla anomala simbiosi inculcando al giovane il piacere infinito del cavarsela da soli con quel cibo che nutre più di tutti: quello che ti sei guadagnato! Chi di noi non ha provato quella insostituibile soddisfazione. Poco, ma tuo!  Ma i riferimenti, i paletti dove sono? Non a casa, non a scuola e allora dove? Ma certo! Sul Web, il grande convivio del 21° secolo, la più grande palestra ove si confrontano tutti ma in una variegata pletora di intenti dai più nobili ai più delinquenziali. Internet o Infernet come allegoricamente la definisce Dagospia ove si vede tutto e non si guarda niente? E’ qui che ci si incontrano i riferimenti del proprio ego da strutturare(vedere l’allucinante boom dei selfie: “non sei se non stai” lontano anni luce dal “cogito ergo sum”) col grande problema che manca di bussola. Allora si possono costruire creative start up, allargare conoscenze, mutuare aiuti, divertirsi, ma anche distruggersi in un martirio o fisicamente nel suicidio. E chi garantisce l’utilizzo del mezzo anche a favore del solo istinto di conservazione? Come afferma il grande filosofo Dario Antiseri l’intelligenza si sviluppa secondo due grandi vie quella dell’esercizio e quella della risoluzione dei problemi. Ma diversamente da quanto si possa pensare non è il primo attribuibile univocamente alla materia umanistica come la seconda non è di pertinenza solo delle scienze matematiche. Il risolvere un’equazione spesso dipende dall’esercizio come una traduzione da un testo antico o moderno può essere creativa nella risoluzione di problemi. Allora come si può devastare la scuola dove l’ex ministro Berlinguer, ancora al Miur (ministero dell’istruzione università e ricerca) minaccia l’esistenza del  liceo classico con la cancellazione delle versioni di greco e latino non pago di aver manipolato in peius il sistema universitario? Perché il liceo classico avrebbe scarsa capacità di dare prospettive lavorative ai giovani e rimarrebbe una scuola d’elite ma nel contempo è mentore, lo stesso ex ministro, che i diplomati del liceo classico del passato hanno svolto lavori in ogni ambito e sono stati classe dirigente del paese.

Fanno da contraltare grandi personaggi della letteratura come il semiologo Umberto Eco che sottolineava che il liceo da abolire fosse lo scientifico con la prospettiva di un liceo umanistico-scientifico o grandi scienziati come Fabiola Giannotti, direttrice del Cern di Ginevra, il più grande laboratorio di fisica delle particelle al mondo, la quale ha affermato di dovere molto al classico e all’apertura mentale che lo studio del greco, del latino e della filosofia garantisce agli studenti. A farle compagnia altri scienziati come Margherita Hack, Enrico Fermi, Renato Dulbecco. Ma i tempi sono cambiati e soprattutto è cambiata l’efficacia dell’insegnamento. Come chiosa Umberto Eco “..il problema delle nostre scuole è che le università non preparano buoni insegnanti..” ed è cambiata la dedizione e il sacrificio che lo studio impone. Oggi si va veloce non si ha tempo per riflettere. Errore madornale! Si denigra il nozionismo per essere un mero esercizio di memoria non sapendo che dall’esercizio si creano le reti dendritiche neuronali che arricchiscono le loro connessioni e con queste l’intelligenza della sintesi. La scienziata Rita Levi Montalcini ha preso il Nobel per il fattore di crescita neuronale e pensate che una denervazione periferica traumatica può guarire con l’esercizio dalla periferia a creare stimoli di crescita centrali. Oggi col mondo che cambia rapidamente, più che le conoscenze tecniche, serve possedere l’abitudine mentale a trovare soluzioni, in contesti sempre diversi e con dati di partenza sempre nuovi. E cos’è una traduzione se non un allenamento a tutto ciò? Ma oggi si passano giorni a digitare sugli smartphone in attesa di contatti, perennemente “connessi” secondo un’acclarata dipendenza patologica da Internet con la più diffusa fobia al mondo che è la “nomofobia”, la paura di restare disconnessi dalla rete telefonica.  Ma non si può né rassegnarsi supinamente alla tecnologia digitale, né prospettare un rifiuto luddista delle nuove tecnologie. Ma alzare ogni tanto lo sguardo dal tablet o dal telefonino e guardare un volto per sentirne l’anima, ammirare paesaggi, tramonti, volgere lo sguardo ai nostri padri e ai nostri figli, i nostri santi ed eroi ci renderemmo conto di ciò che stiamo perdendo, come dice Antonio Socci, nell’attesa di una rivelazione. E nonostante questi pericoli l’attuale ministro dell’istruzione Faraone ha contribuito non poco a completare l’opera devastatrice della scuola con la pretesa illuministica di combattere il buio dell’ignoranza abolendo la proibizione dello smartphone che ora può avere accesso nelle aule. Un mezzo “smart” cioè intelligente che risolve molti problemi al posto nostro, sostituto e dominatore! Luddismo al contrario che annienta la macchina umana per paura che rubi lavoro alla rete! E studi inglesi (London school of economics) dimostrano che con la tecnologia cala la concentrazione e il rendimento. La digitalizzazione forzata rischia di diventare un boomerang e l’Ocse non a caso ha recentemente invitato i governi a non perseguire unicamente la strada della dotazione tecnologica ribadendo che per far migliorare gli alunni in materie quali la lettura, scienze e matematica o per recuperare al meglio studenti poveri o disagiati funzionano molto meglio i metodi tradizionali. Ma si sa il nostro paese è sordo a questi inviti. La scuola italiana è stata negli ultimi decenni terreno fertile per il pensiero unico radical chic maldestro consapevole che gestire cervelli all’ammasso è molto più semplice che gestire esseri pensanti! Giovani sveglia! (fine prima parte)

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