fbpx

MILLENIALS – SECONDA PARTE

FOTO RUBRICA SITO DAMIANI2

Cari giovani di noi nati negli anni ’50-’60 in tempi di ricostruzione e di boom economico non s’è perso nessuno, neppure quelli nati durante la dittatura e durante la guerra.

Voi nati negli anni ’80 rappresentate una generazione con grandi problemi di sussistenza in gran parte per colpa nostra anche se voi ci mettete del vostro. In un interessante articolo apparso qualche tempo fa sul giornale Pier Luigi del Viscovo, professore alla Luiss di sistemi di distribuzione e vendita ed esperto per la sezione del mercato unico del Comitato Europeo per lo sviluppo economico(Cese), stigmatizza i mali che hanno portato alla perdita della vostra generazione e prova a dettarne i possibili rimedi. Innanzitutto serve una scuola dove i diritti degli insegnanti non siano prevalenti e più importanti del diritto degli studenti ad avere una didattica di livello medio alto. Ciò significa che gli studenti hanno il diritto di avere il docente ogni giorno, sempre lo stesso, fino alla fine del corso ad empatizzarsi col professore che svolgerà il suo programma o ciclo con esatta valutazione finale sia del discente per quanto appreso sia del docente per quanto ha saputo offrire. Basta con le supplenze plurime! Ci sono svariati motivi per cui un docente non possa terminare il ciclo come una gravidanza sopravvenuta, motivi familiari, sempre dopo che avrà il ruolo perché prima, da precaria, ben si guarda dal mettersi in condizioni di non poter procedere. L’insegnante se a giugno è incinta e inizia le lezioni a settembre è chiaro che non potrà terminarle. Ma fa lo stesso!

Inoltre la stessa scuola non dev’essere selettiva. Ricordate la notizia nei media espressa con soddisfazione del successo del 99% di promossi alla maturità? O siamo in presenza di nuovi geni o il livello del “pass” si è drammaticamente abbassato. E’ ovvio che la seconda ipotesi appare più veritiera con maldestra ripercussione sul livello di preparazione e scempio della meritocrazia. Dopo la scuola l’Università è stata ridicolizzata con Atenei periferici creati solo per sistemare docenti in cerca di ruolo e in sovrannumero nei grossi e storici centri e artefici di una ricerca diffusa, da “copia-incolla” poco coordinata e nati solo per ricevere soldi a pioggia a testimoniare una diffusione culturale del tutto anacronistica e insufficiente ma utile agli appoggi elettorali e ad illudere gli studenti che ne possono fruire indistintamente e  i criteri di ammissione nelle università straniere sono più selettivi. Da noi c’è un esame di Stato, del tutto inutile oltre che costoso per le commissioni, che elargisce voti alti a iosa e passano tutti in cavalleria. In Svezia devono superare un test di valutazione lungo il percorso di studi e per accedere all’università dovranno avere particolari requisiti. In Francia per accedere alle prestigiose “Grand Ecole” è necessario un ulteriore anno di studio dopo il diploma e il superamento di un esame di ammissione molto selettivo e difficile da superare(60-70%). In Inghilterra l’esame “A-level” è destinato a studenti di 18 anni con un buon curriculum scolastico e consiste nella valutazione di 3 materie che variano a seconda della Facoltà cui ci si vuole iscrivere e gli esami vengono effettuati da specifici enti esterni di valutazione e certificazione. In Germania c’è l’Abitur, un esame necessario per iscriversi all’università eseguito da professori interni con percentuali di superamento molto elevate ma solo una valutazione alta può scegliersi l’università, quelli con voti più bassi dovrà iscriversi ad un ateneo scelto da un ufficio centrale. Queste, cari signori, si chiamano selezione e meritocrazia vocaboli che da noi ispirano guerre per diritti civili. Siamo pari solo alla Spagna voluta da Zapatero! Professori non controllati né sui contenuti né sulla loro effettiva partecipazione alla didattica, con cattedra a vita. Ne consegue una laurea a mo di “pezzo di carta” non fruibile sul mercato, molto concorrenziale, ma opportuna solo per alzare l’asticella dell’aspettativa dello studente e della sua famiglia. Una famiglia i cui padri avevano fatto sacrifici negli anni ‘60-’70 ed ora, satolle del benessere raggiunto, potevano offrire ai figli la casa di proprietà, l’automobile, qualche soldo per lo svago e le vacanze evocando quella condizione di superamento della “necessitas” nel figlio che veniva privato dello stimolo necessario al superamento della condizione di partenza. Già fatto! Di che altro hai bisogno? E i doveri? E’ vero che si è raggiunto un discreto livello di benessere ma ci rendiamo conto che oramai si vive in un mondo molto diverso, “globalizzato” per intenderci, ove si è in continua concorrenza nel mercato o si pensa che l’apertura al mondo sia solo quella del web? Oggi bisogna studiare molto di più e d’altronde anche i mezzi che abbiamo a disposizione sono maggiori rispetto ad una volta a pareggiare il “do ut des”.

Le riviste scientifiche anche quelle nostrane oramai sono scritte nella lingua di Albione e le Università serie(all’Università Cattolica le lauree parlano inglese e valgono il doppio rilasciando un “double degree”)   prevedono corsi solo in lingua inglese che per sua natura, affetta da una grammatica semplice, è il logos usato in quasi tutto il mondo e solo come punto di partenza dato che ci sono esigenze per l’arabo e il cinese. E non solo nei percorsi scientifici ma anche in quelli umanistici come la laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali tramutatasi in “International relations and global affairs” all’università di Milano con gemellaggi con università estere. Per non parlare della possibilità, una volta impensabile, di far carriera studiando “online” per studenti che lavorano o persone che decidono di riprendere un percorso di studi interrotto o lavoratori che decidono di approfondire conoscenze e abilità per affrontare nuove sfide nella propria azienda (E-commerce)  o sul mercato delle professioni. Solo per farvi capire il livello che abbiamo raggiunto: conosco giovani che si sono laureati in scuole prestigiose come la Normale di PisaPolitecnico di Milano ma se non avessero fatto esperienze di approfondimento in ambienti internazionali non avrebbero avuto quelle opportunità di lavoro sia in Italia che all’estero. Ci rendiamo conto? E stiamo parlando del politecnico di Milano piuttosto scevro da provincialismi! Allora cari genitori prima di contribuire alla formazione dei vostri figli siete proprio sicuri di comprendere le condizioni attuali del mercato? O alla fine avete la certezza di avere dalla vostra una “pesante raccomandazione” o misurando le capacità e le possibilità vostre e della progenie non sarebbe meglio decidere su cosa sia meglio per loro proponendo anche un mestiere, tanto richiesto come il panettiere, l’artigiano(sta riprendendo vita l’antichissima arte del merletto), il parrucchiere, il giardiniere, il pastore, l’agricoltore, venditore di “street food” che purtroppo nessun giovane ha voglia di fare? Con uno Stato che ci mette del suo che frena ogni sano spasmo economico, drena una metà della ricchezza che si produce e poi ne spreca una buona parte rendendo sempre difficile e burocraticamente inaccettabile l’iniziativa. Lo Stato ha creato lo “sportello unico” per le “start up” con l’idea di facilitare la creazione di nuove imprese solo che in realtà se è vero che c’è un unico interlocutore poi bisogna attendere i numerosi permessi e ripiombare nel marasma di una burocrazia opprimente molto difficile da sopprimere o travalicare perché fonte di guadagno e corruzione.  Pensiamo anche al mercato globale e attrezziamoci anche alla bisogna di una valigia avvolta dallo spago.

Building in a hand businessmen

Nel diagramma di Cipolla in merito alla stupidità umana definita come comportamento di chi nelle azioni produce un danno per sé e per gli altri esiste un altro quadrante che definisce la “sprovvedutezza” cioè quella qualità che produce nell'”agendo” un danno per sè e un vantaggio per gli altri. Ecco la Governance del nostro paese merita proprio questa locazione. Infatti assistiamo nei media alle note dolenti della emigrazione dei cervelli e alla importazione di braccia(se va bene). Dopo ovviamente averli preparati nelle nostre poche Università prestigiose con le risorse di tutti i cittadini e con professori che spesso non hanno nulla da invidiare a quelli esteri. E allora mi sorge spontanea la domanda: quale futuro per lo “sprovveduto”? Forse una menzione storica di un paese che fu! Ma voi, cari giovani, siete sicuri di aver compreso il mondo che stiamo vivendo e le sue esigenze? Siete pronti ad affrontare con quella necessaria flessibilità ad adattarsi al mondo del lavoro? O vivete nel limbo dell’oscurantismo più garantista possibile chiamando in causa solo le nostre colpe? O pensate che nel dopoguerra non c’era chi si faceva molti chilometri con la bicicletta e bambini sul manubrio per risparmiare qualche lira in un mercato più lontano per fare provviste? Già l’attività fisica “finalizzata” non è più nel vostro vocabolario. Per voi esiste solo il “fitness” col muscolo scolpito a tartaruga e decorato con arabeschi e scritte tatuali nel culto dell’immagine e dei “selfie”. Ma non dimenticatevi che prima di apparire dovete essere e non il contrario! E la fotografia che emerge dal Rapporto di monitoraggio sull’attuazione della convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza è disarmante. Adolescenti che fanno uso di tabacco, sostanze psicoattive, alcool, che passano ore davanti al Pc, postano le foto del loro corpo sui social network e giocano d’azzardo online, che sono vittime, uno su due, di bullismo o cyberbullismo, ragazzi che abbandonano gli studi dopo la scuola dell’obbligo ingrossando le fila dei “neet” e che assumono nel tempo comportamenti devianti e molto spesso anche durante i pasti vi sono alcuni adolescenti(non solo) che continuano ad usare smartphone e/o tablet senza mai staccarsi dal mondo virtuale. Ragazzi che hanno bisogno di percorsi formativi non trovando nei contesti adulti quei riferimenti che li tenga lontano dalla ricerca affannosa di emozioni e sensazioni sempre più aberranti devastati da una precocità sessuale con utilizzo del proprio corpo anche per semplice mercimonio come il procacciarsi una ricarica di cellulare. E così si allarga la forbice fra il mondo degli adulti e quello dei giovani che diversamente dal passato, ove l’apprendista o l’inesperto guardava con occhio attento il fare del maestro, preferiscono evitare il contatto con l’esperienza. Come descrive opportunamente Andrea Cuomo non la religione, la razza, il tifo calcistico, la nazionalità, il sesso, lo stato sociale, l’appartenenza politica ma la discriminazione vera, quella che nessuno denuncia, che irrigidisce la nostra vita in corridoi molto stretti è quella dell’età. Gran parte di noi si ritrova nella condizione di un apartheid di linguaggio che ha perso la sua universalità dei valori condivisi e confinato a simili per età. Il ventenne cerca il ventenne come il cinquantenne cerca il cinquantenne: dalle altre sfere anagrafiche non ci sentiamo compresi. L’evoluzione tecnologica ma soprattutto il divario fra chi ha ottenuto e chi deve ottenere sono alla base del fenomeno della incomunicabilità generazionale. Noi eravamo nelle condizioni di estrema necessità, come quando li sottoscritto durante gli anni universitari prendeva come bevanda a mensa a mezzogiorno il latte che poteva utilizzare la sera a cena per una zuppa, ma avevamo un sogno con le strade tutte possibili. Poi siamo arrivati, chi più chi meno, ed abbiamo fatto il grosso errore, anche in buona fede, di evitare troppi sacrifici alla discendenza che ben nutrita si è vista drammaticamente priva di quella necessità che aguzza l’ingegno ed in preda alla paura di non essere all’altezza di quanto il mondo si attende da loro. Si getta la spugna e ci si rinchiude in una stanza rigettando il mondo che non ha la stessa età, gli stessi gusti, i nostri abiti, gli stessi tempi di adeguamento tecnologico. Il Censis le chiama “tribù generazionali”. E una ricerca condotta con la fondazione HPNR( Human Potential Network Research ) fornisce numeri preoccupanti. Sono circa 8 milioni di italiani(soprattutto fra i millenials) che rifiutano contatti con altre fasce di età. Qualche esempio: il diciottenne che vuole comprare un paio di scarpe che desidera tanto con i 70 euro che gli ha dato la mamma. Al negozio sbircia che ci sono due commesse anziane e non entra, preferisce acquistarle in un centro commerciale dove prende e va per evitare quegli sguardi o quei giudizi sottesi di quanto il moderno design sia così ridicolo e di scarsa qualità. Come al lavoro si evita nelle pause pranzo o caffè di condividere il tempo con persone più avanti con l’età isolandosi nella miseria di una schiscetta portata da casa. Cari giovani un consiglio finale da un “vetusto”: non allontanateci e annientate il vostro rancore, fate ancora in tempo a sentirvi utili perché noi abbiamo bisogno di voi, della vostra freschezza, della vostra capacità e siate furbi, utilizzateci per la nostra esperienza perché, qualunque cosa pensiate, sappiate che non c’è futuro senza storia! Qualche riflessione è d’obbligo.

ANCORA NESSUN COMMENTO

I commenti sono chiusi