fbpx

MITI: LUCE O TENEBRA?

FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242-1 2

I miti sono nati col pensiero umano. Ogni uomo nel suo inconscio possiede l’archetipo di un altro essere cui confrontarsi o da ammirare, da imitare, da pregare. Il solo pensiero non potrà mai vivere di solo se stesso nel qual caso saremmo tutti vittime di qualche forma di autismo che inevitabilmente taglia i ponti delle relazioni umane. Ne abbiamo bisogno come del pane per vivere e lo scrittore saggista Marcello Veneziani in un suo ultimo lavoro ne sviscera ampiamente la storia e l’importanza: “Alla luce del Mito”. Il mito in parte vive di luce propria, oggettiva, come verità apodittica e indiscutibile, come certi valori della Chiesa che non sono negoziabili in quanto insiti nella dottrina fondante; in parte si colmano di un “costruito soggettivo” che ne accresce il valore ma che spesso nasconde lati oscuri che ne decreterebbero l’abbandono del ruolo. La stessa “Storia” non è altro che un racconto testimoniato o meno delle vicende umane e quante volte si è parlato di “Revisionismo” in merito ad essa in virtù di nuovi elementi di conoscenza o di trasloco in luce di pendant volontariamente nascosti. Così che eventi o azioni elogiate per fini altamente valoriali si trasformano in bieca ottemperanza di interessi francamente meschini o addirittura deplorevoli. Attualmente la comunicazione ha raggiunto livelli che in termini batterici oseremmo definire “disbiotici” cioè non più elementi che partecipano all’armonia dell’insieme al fine di stabilire secondo quell’etica immanente cosa è bene da cosa è male, da cosa è digeribile e da cosa è indigesta, bensì elementi “costruiti” ad arte nel manipolare il messaggio di pseudoverità. Infatti non esistono regole che possano distinguere, ammettere o rifiutare notizie che corrono alla velocità della luce nel gran calderone mondializzato del web e dei Big Data. E proprio per la predominanza di questo mezzo che alcune menti geniali che l’hanno creato si divertano ad imbastire una fittissima tela che lascia intravedere un solo disegno: il “loro”! Quindi abbiamo il perenne dubbio, diventando perennemente ecclettici, su cosa sia vero da ciò che sia falso. E se una volta i canali informativi erano piuttosto all’osso oggi ci troviamo addirittura di fronte ad un’obesità gigantesca: tutti scrivono (devo dire me compreso, ma mi assolvo per il mio benessere psico esistenziale), tutti discettano ovunque su argomenti che non conoscono molto bene, tutti hanno una parte nel grande palcoscenico ove i pochi attori vengono oscurati dalla tracotanza di molti saltimbanchi. Se esaminassimo con un minimo di lucidità l’essere umano sappiamo benissimo che tutte le sue azioni hanno un contraltare che potrebbe essere la sua debolezza-insicurezza scambiata per umiltà, la sete di potere o la vanagloria che giustifica il rischio affrontato, il contesto che fa di un uomo un eroe o un santo e proprio in questo ultimo caso la Chiesa analizza minuziosamente e con sapiente dovizia dapprima tutta la storia anche la più insignificante del personaggio prima di attribuirgli la grandezza spirituale di Guida. Certo non ha sempre agito così nei secoli scorsi quando si sono santificati papi indegni solo perché grandi venditori di “indulgenze” come descritto brillantemente del già Cesare Marchi nel suo libro “Grandi peccatori, grandi Cattedrali” ma se abbiamo assistito a quanto tempo hanno impiegato nella beatificazione del Santo di Pietrelcina nonostante le innumerevoli testimonianze di poteri soprannaturali di bilocazione o preveggenza ci rendiamo conto di quanto sia intellettivamente raffinata la condotta giudiziale della Chiesa in confronto alle memorie storiche “tranchant” di giornali o archivi storici molto spesso incompleti che decretano con facilità l’attribuzione del mito alla bisogna di una rivoluzione, di una conquista di potere, o di un vittimismo fuori di luogo. E dobbiamo accontentarci perché sappiamo che non è possibile diversamente. E qui ci viene in soccorso un filtro di inestimabile valore: la “Cultura” perché “non fa scienza senza lo ritener l’avere inteso” come diceva Dante o come riporta il celebre motto “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” spesso erroneamente attribuito a Joseph Goebbels o Herman Goring ma in realtà si tratta di una citazione dell’opera “Schlageter” del commediografo tedesco Hanns Johst che venne rappresentata per la prima volta nel 1933 in onore del compleanno di Adolf Hitler. Cultura sinonimo di pericolo in quanto destabilizzante un qualsiasi organo precostituito e autoritario. E ne sanno qualcosa i recenti governanti d’ogni dove, specie del nostro paese, che hanno distrutto l’ossatura scolastica con le innumerevoli riforme miranti a facilitare non lo studio ma l’informazione spicciola nell’intento di costruire il “pensiero breve”, disarticolato, tanto prono all’indottrinamento quanto utile ad arginare l’avversione alle leve di comando. Spesso quindi è la non perfetta conoscenza di un personaggio alle luci della ribalta per la sua genialità e per meriti indiscutibili a farne un mito che sotto sotto ha dei lati oscuri che potrebbero far dubitare della sua aura nel senso dell’umano troppo umano come diceva Nietzsche. Facciamo qualche esempio. Il premio Nobel Pablo Neruda il più grande poeta del XX secolo autore di famosi versi come “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” che hanno fatto innamorare intere generazioni non riuscirà mai a sentire tenerezza per Malva Marina, la sua unica figlia, che definiva “un essere perfettamente ridicolo” in quanto nata idrocefalica, abbandonata e nascosta e privata di qualsia carezza da parte del padre, arido sorpreso e inebetito davanti all’eccezione. Sorte analoga per la figlia Rosemary dei Kennedy, Joseph e Rose, genitori anche dei presidenti d’America, nata con un leggero ritardo mentale poco accettata e tenuta nascosta dai genitori in quanto neo nel quadro di famiglia felice e potente. E a 23 anni decisero per lei una soluzione definitiva: una “lobotomia” che invece di aiutarla peggiorò le sue condizioni tanto da dover trascorrere tutto il resto della vita in un istituto di cura. E fra i padri che non sanno essere padri come non citare un talento eccezionale come Steve Jobs che incantò i ragazzi di tutto il mondo col suo testamento spirituale espresso all’università di Stanford “Stay Hungry. Stay Foolish” (siate affamati e folli). Lui che ha raccontato della sua storia di bambino abbandonato e poi adottato e poi ancora abbandonato e adottato ma che non è bastata a risparmiare il dolore che ha inferto alla sua figlia Lisa per i dissapori con la madre di lei e la decisione di non aiutarle, lui che è stato uno degli uomini più ricchi del mondo. E ci sono voluti anni prima che la figlia di Woody Allen trovasse la forza di vincere quel senso di vergogna e di colpa denunciando le violenze sessuali subite dal padre. Per anni è stato tenuto nascosto l’ardore, la passione e la libidine per lady Doris Castelrose Delevingne di Winston Churchill, cornificando Clementine moglie generosa e paziente. Evento questo tenuto abilmente nascosto per evitare conseguenze politiche che avrebbero sicuramente cambiato il decorso della storia, tra la seconda guerra mondiale e la rinascita dell’Inghilterra e dell’Europa. Oggi sarebbe stato filmato, perseguitato e costretto alle dimissioni. E che dire del mito kennediano John Fitzgerald, idolo delle sinistre mondiali? Era davvero un uomo di sinistra democratico e pacifista, un uomo specchiato e modello dell’idealismo democratico? Ne fa un ritratto poco pietoso il nostro giornalista Paolo Guzzanti: come uomo fu il più infedele puttaniere del XX secolo, non solo per la sua e tragica storia con l’attrice Marilyn Monroe ( che condivideva nel suo letto col fratello Robert ) ma perché trasformò la Casa Bianca in una gigantesca casa d’appuntamento mondani ed erotici, accompagnati dall’immancabile voce di Frank Sinatra, a sua volta legato agli ambienti più opachi della mafia siculo-americana, di cui faceva parte anche Sam Giancana, l’ultimo autista di Al Capone, personaggio ambiguo indagato e protetto dalla famiglia Kennedy e sospettato di essere parte del complotto finale che portò all’omicidio del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Kennedy fu un guerrafondaio e non un pacifista. Eroe militare come ufficiale di Marina nella seconda guerra mondiale, portò il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale durante la crisi dei missili sovietici impiantati nella Cuba di Fidel Castro dal segretario del PCUS Nikita Krusciov minacciando un attacco atomico se i sovietici non avessero ritirato le loro armi dai Caraibi. E condusse gli USA nel pantano della guerra in Vietnam, territorio che era stato a lungo una colonia francese, poi occupata dai giapponesi alla fine della guerra e infine suddivisa in due stati di cui uno comunista al Nord e uno del Sud filo-occidentale. E la Francia si era già ritirata dallo scacchiere indocinese in quanto sconfitti dai partigiani comunisti del Sud e fu una scelta di Kennedy quella di impedire al Nord comunista di impossessarsi del Sud (cosa che alla fine della martoriata guerra avvenne lo stesso) ingaggiando un conflitto militare senza soluzioni che spaccò il suo paese con giovani che fuggivano in Canada per non partire in Vietnam, provocando una delle più profonde crisi morali dell’Occidente. E dai documenti segreti della CIA su Kennedy spunta qualche sorpresa anche sul campione dei diritti civili per i neri, Martin Luther King, eletto simbolo della lotta al razzismo e del buonismo mondiale e che aveva in realtà una vita a luci rosse, tanto per renderlo ancora più umano e più vero. Il pastore protestante ebbe una vita sessuale molto turbolenta, dedito ad orge ed avrebbe avuto diverse amanti come Joan Baez, fidanzata di Bob Dylan, ed una figlia illegittima dalla moglie di un dentista di colore di Los Angeles. Ebbene, anche Martin aveva un sogno( “I have a dream” ) che andava oltre la fine della segregazione razziale e molto più terra terra al pari di tanti altri uomini. Ciò se vogliamo non è molto lontano dai suoi proclami e dalle sue convinzioni di liberazione dai vincoli della Tradizione secolare della legge cercando di restituire pienezza alla persona oltre le inibizioni della morale sociale condivisa. Un nero libero, anche sessualmente, un nero non segregato o represso anche nella sua sfera intima, un nero molto occidentale, immerso nel suo amore che oltre la “pietas” comprendeva anche la realizzazione dell’amore carnale senza tuttavia usare la violenza del ruolo. Le sue donne infatti erano tutte attratte dal suo fascino e ben consenzienti. Come lui anche Ernesto Che Guevara è stato un interprete dello spirito del ’68 con notevole riscontro mediatico universale come simbolo della liberazione dall’oppressore. Ne sono testimoni le celebrazioni entusiastiche del “Che” in ogni paese. Ma come è possibile oscurare la storia tanto da non distinguere tra un utopista comandante da poster ed un sanguinario “guerrillero” rivoluzionario con Rolex al polso? Quando ha fatto massacrare gli omosessuali in campi di sterminio chiamati “tostadores” (tostapane) in quanto nelle celle stavano anche 40 uomini e la temperatura poteva raggiungere i 40°? Non ho mai indossato una maglietta con la sua effige, né tantomeno con quella di Hitler o di Stalin, e non mi sono mai pentito per questo. Tutte le dittature fanno schifo e mai è esistita una dittatura buona! Molti degli omosessuali cubani, cantanti, artisti, cabarettisti, hanno combattuto Batista, dittatore corrotto e crudele, avendone in cambio la macellazione dal Che. Al pari di lui, secondo una legge di Lenin gli omosessuali russi in epoca staliniana crepavano in gran parte dopo cinque anni rinchiusi nei gulag e solo nel 1988 fu abolito il reato di omosessualità da Gorbaciov. E che dire dei nostri sinistri che lottano per i diritti civili degli omosessuali sventolando le bandiere del rivoluzionario cubano secondo un ossimoro ridicolo che investe alla pari chi si mette il velo o copre le statue quando ci fanno visita gli islamici e lottano per i diritti femminili, qui ma non lì? Semplicemente storicamente ignoranti! I cubani hanno combattuto anche per la libertà dell’Africa. Certo! E stavano in Etiopia quando ci fu la carestia di un milione di morti nel 1986 che non fu dovuta alla siccità ma alle deportazioni dei contadini che il partito comunista etiopico fece, grazie agli aiuti dei sovietici e dei volenterosi cubani perché senza lo sradicamento e lo sterminio dei contadini piccoli proprietari non sarebbe stato possibile collettivizzare le terre. Quando le truppe di Che Guevara arrivavano in un villaggio impiccavano quelli che possedevano una cravatta: era la loro forma di rivoluzione culturale. Il Che fu spedito in Africa da Fidel Castro per levarselo dai piedi perché aveva proposto l’abolizione del denaro per tornare al baratto ed usò il Congo per fare l’esperimento: sterminiamo la classe borghese e il mondo sarà migliore. E che dire del lìder maximo tale Fidel Castro, simbolo iconico del comunismo mondiale, che pur predicando l’uguaglianza di tutti i cubani, è riuscito ad accumulare una ricchezza tale che quando morì due anni fa, lasciò 900 milioni di dollari in eredità ai suoi parenti? Il padre della rivoluzione viveva tra lussi mai visti dal popolo cubano. La sinistra passa sotto silenzio anche l’anniversario della Rivoluzione d’ottobre ed ora sembrano spariti i “compagni”, però ci sono stati gli stermini di massa, poi il Sessantotto, e le brigate rosse. E nessuno si pente o chiede scusa. Ma anche il “politicamente corretto”, il mercato e il culto per Obama sono figli del marxismo. Tutti aborriscono il macellaio Mussolini inneggiando all’antifascismo, alla Resistenza, alla Costituzione Repubblicana sottoscritta dai comunisti, ai partigiani rossi che salvarono l’Italia dall’invasore ma non andrebbe dimenticato allo stesso tempo quanto fu poco patriottico il loro leader Palmiro Togliatti, detto il “Migliore”, che sacrificò la vita di decine di migliaia dei nostri connazionali sull’altare della ideologia che svendette la pelle dei nostri soldati e tradì la nostra stessa nazione in cambio del trionfo dell’Internazionale socialista come la morte di 70.000 alpini durante la campagna di Russia testimonia. Ed è di questi giorni l’uscita di un film agiografico su Sandro Pertini, il presidente della Repubblica più amato dagli italiani. Alla morte di Stalin nel 1953 il compagno Pertini celebrò il compagno in Parlamento “..si resta stupiti per la grandezza di questa figura..uomini di ogni credo, amici ed avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. E’ un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto..”. Questo elogio mai ritrattato da Pertini, anche dopo che si seppe tutti i suoi crimini, non fa onore ad un combattente della libertà e dei diritti dei popoli. Pertini partecipò anche commosso al funerale del presidente jugoslavo Tito nel 1980, il primo responsabile delle foibe baciando quella bandiera che destava terribili ricordi negli esuli istriani, giuliani e dalmati. Pertini fu spietato anche come partigiano quando ordinò di uccidere la coppia di attori nel 1945 Valenti-Ferida accusati di collaborazionismo e poi assolti post mortem. E che dire dalla sua permalosità e vanità quando licenziava giornalisti non molto allineati al suo credo e quando negava la sua confessione agli operai di Marghera in pieno terrorismo rosso “sono stato un brigatista rosso anch’io” per poi affermare che le brigate non sono rosse giudicandoli solo “briganti”? Ad ogni uomo quindi i suoi miti ma questa “Reductio ad unum” non dev’essere avulsa da un’adeguata conoscenza storica che ne permette un ragionevole inquadramento. E sono sempre più convinto dell’esistenza di una divisione del divino-umano o se si vuole del sacro-profano. E quando si ricorda nel credo cristiano quanto detto da Gesù “Io sono la Luce, la Verità, la Vita” penso che sia la testimonianza fortemente percepita di quanto i miti siano fallaci e temporanei se non propriamente umani. Altra cosa la verità del Dogma a cui tanto ricorrono nel bisogno e nella confusione. E la sua permanenza millenaria è il suo migliore biglietto da visita.

ANCORA NESSUN COMMENTO

I commenti sono chiusi