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MITI: VERI O FALSI?

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I miti sono nati col pensiero umano. Ogni uomo nel suo inconscio possiede l’archetipo di un altro essere cui confrontarsi o da ammirare, da imitare, da pregare. Il solo pensiero non potrà mai vivere di solo se stesso nel qual caso saremmo tutti vittime di qualche forma di autismo che inevitabilmente taglia i ponti delle relazioni umane. Ne abbiamo bisogno come del pane per vivere e lo scrittore saggista Marcello Veneziani in un suo ultimo lavoro ne sviscera ampiamente la storia e l’importanza: “Alla luce del Mito”. Il mito in parte vive di luce propria, oggettiva, come verità apodittica e indiscutibile, come certi valori della Chiesa che non sono negoziabili in quanto insiti nella dottrina fondante; in parte si colmano di un “costruito soggettivo” che ne accresce il valore ma che spesso nasconde lati oscuri che ne decreterebbero l’abbandono del ruolo. La stessa “Storia” non è altro che un racconto testimoniato o meno delle vicende umane e quante volte si è parlato di “Revisionismo” in merito ad essa in virtù di nuovi elementi di conoscenza o di trasloco in luce di pendant volontariamente nascosti. Così che eventi o azioni elogiate per fini altamente valoriali si trasformano in bieca ottemperanza di interessi francamente meschini o addirittura deplorevoli. Attualmente la comunicazione ha raggiunto livelli che in termini batterici oseremmo definire “disbiotici” cioè non più elementi che partecipano all’armonia dell’insieme al fine di stabilire secondo quell’etica immanente cosa è bene da cosa è male, da cosa è digeribile e da cosa è indigesta, bensì elementi “costruiti” ad arte nel manipolare il messaggio di pseudoverità. Infatti non esistono regole che possano distinguere, ammettere o rifiutare notizie che corrono alla velocità della luce nel gran calderone mondializzato del web e dei Big Data. E proprio per la predominanza di questo mezzo che alcune menti geniali che l’hanno creato si divertano ad imbastire una fittissima tela che lascia intravedere un solo disegno: il “loro”! Quindi abbiamo il perenne dubbio, diventando perennemente ecclettici, su cosa sia vero da ciò che sia falso. E se una volta i canali informativi erano piuttosto all’osso oggi ci troviamo addirittura di fronte ad un’obesità gigantesca: tutti scrivono (devo dire me compreso, ma mi assolvo per il mio benessere psico esistenziale), tutti discettano ovunque su argomenti che non conoscono molto bene, tutti hanno una parte nel grande palcoscenico ove i pochi attori vengono oscurati dalla tracotanza di molti saltimbanchi. Se esaminassimo con un minimo di lucidità l’essere umano sappiamo benissimo che tutte le sue azioni hanno un contraltare che potrebbe essere la sua debolezza-insicurezza scambiata per umiltà, la sete di potere o la vanagloria che giustifica il rischio affrontato, il contesto che fa di un uomo un eroe o un santo e proprio in questo ultimo caso la Chiesa analizza minuziosamente e con sapiente dovizia dapprima tutta la storia anche la più insignificante del personaggio prima di attribuirgli la grandezza spirituale di Guida. Certo non ha sempre agito così nei secoli scorsi quando si sono santificati papi indegni solo perché grandi venditori di “indulgenze” come descritto brillantemente del già Cesare Marchi nel suo libro “Grandi peccatori, grandi Cattedrali” ma se abbiamo assistito a quanto tempo hanno impiegato nella beatificazione del Santo di Pietrelcina nonostante le innumerevoli testimonianze di poteri soprannaturali di bilocazione o preveggenza ci rendiamo conto di quanto sia intellettivamente raffinata la condotta giudiziale della Chiesa in confronto alle memorie storiche “tranchant” di giornali o archivi storici molto spesso incompleti che decretano con facilità l’attribuzione del mito alla bisogna di una rivoluzione, di una conquista di potere, o di un vittimismo fuori luogo. E dobbiamo accontentarci perché sappiamo che non è possibile diversamente. E qui ci viene in soccorso un filtro di inestimabile valore: la “Cultura” perché “non fa scienza senza lo ritener l’avere inteso” come diceva Dante o come riporta il celebre motto “Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola” spesso erroneamente attribuito a Joseph Goebbels o Herman Goring ma in realtà si tratta di una citazione dell’opera “Schlageter” del commediografo tedesco Hanns Johst che venne rappresentata per la prima volta nel 1933 in onore del compleanno di Adolf Hitler. Cultura sinonimo di pericolo in quanto destabilizzante un qualsiasi organo precostituito e autoritario. E ne sanno qualcosa i recenti governanti d’ogni dove, specie del nostro paese, che hanno distrutto l’ossatura scolastica con le innumerevoli riforme miranti a facilitare non lo studio ma l’informazione spicciola nell’intento di costruire il “pensiero breve”, disarticolato, tanto prono all’indottrinamento quanto utile ad arginare l’avversione alle leve di comando.

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