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“MON CHER AMI. GABRIELE D’ANNUNZIO E L’ESILIO FRANCESE”

Gabriele d’Annunzio ebbe una personalità complessa e controversa, difficile da ridurre in un giudizio sommario, come quello di Benedetto Croce, che ne compendiava l’esistenza in “vita delle cacce, delle corse, dei salotti, l’amore dello sport e lo sport dell’amore”. Più significativo è il titolo dell’opera di Marinetti: Les dieux s’en vont, D’Annunzio reste. Fu il periodo francese (quello del cosiddetto esilio) che esaltò molti degli aspetti, artistici e umani, dello scrittore europeo. Nel testo si trattano le imprese letterarie e teatrali d’oltralpe (in particolare Le Martyre de Saint Sébastien, quattromila versi in francese arcaico), e quindi la sfida linguistica di “uno scrittore d’ottima tempra paesana che si compiacque d’essere chiamato dai raccoglitori di resina delle Lande solitarie l’Italien” e “mon cher ami” da Claude Debussy. Per un ritratto completo, si analizzano anche gli aspetti più vari e curiosi di un’esistenza “inimitabile”: raffinato amatore, dandy profumato, amante dei cavalli e dei cani (lo “chenil de Pinasse” di Arcachon arrivò ad ospitare ben 39 levrieri!), uomo sportivo, abile pubblicitario che gestiva innanzitutto la sua immagine, bricoleur, arredatore, ecc.

D’Annunzio è ancora abbastanza vicino a noi da rendere obbligatorio chiedersi se lo si studia più per la sua persistente attualità o per una sua acquisita qualità di classico; se è insomma, oltre che studiabile, ancora leggibile. D’Annunzio di fatto possiede già nell’immaginario collettivo una presenza, vaga quanto si vuole e scorretta, comunque molto sensibile, e con ogni probabilità superiore a quella di tutti o quasi gli autori notevoli della nostra letteratura. E questo aspetto è facilmente ravvisabile anche nell’ambito, che va oltre i confini italiani, europeo, se non mondiale.

D’Annunzio ha infatti costruito la sua fama volgare sempre di conserva con la sua gloria culta, preparando con eccezionale intelligenza il terreno, poi prontamente coltivato, della propria monumentalizzazione critico-filologica. Rispetto al lavoro compiuto dal dannunzismo degli ultimi decenni, è possibile sfuggire con decisione al tono sottilmente apologetico, vuoi per lode diretta vuoi per eccesso di sedicente avalutatività, che lo caratterizza in troppi casi. Il che non significa cedere alle lusinghe di una coazione al giudizio (magari assai più morale che estetico) ancora presente in molti, soprattutto, e comprensibilmente, negli appartenenti alle generazioni che hanno vissuto sotto il fascismo, e che dunque hanno avuto modo di assistere alle possibili metamorfosi degenerative di certi atteggiamenti dannunziani.

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