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“PRIVACY”

FOTO-RUBRICA-SITO-DAMIANI2-400x242 Qualche giorno fa si era alzato un polverone per la presenza nel camice dei medici di un chip identificativo dell’indumento per problemi di lavanderia ma in realtà passibile di una rete di controllo che rilevi la presenza del sanitario nei vari locali della struttura ospedaliera o addirittura all’esterno della stessa. Con i medici che lamentavano l’indesiderata invasione della loro “privacy”. Questo termine credo che negli ultimi anni abbia avuto una rilevanza epocale: il suo significato è stato allargato a dismisura da vicolo stretto a totale irrilevanza utile solo “ad usum delphini”. Ma cos’è la “sfera privata?” E’ solo quella parte della nostra vita non francamente pubblica? E’ quel tempo trascorso nella riflessione sulle cose che più ci appartengono e condivisibili solo dal nostro “io”? E’ quella fetta della nostra personalità, delle nostre azioni che ci rende liberi ma di cui forse ci vergogniamo? Qual è oggi il suo ruolo in un mondo oramai troppo globalizzato e massicciamente connesso? Consentitemi il termine perentorio “inesistente”. Per rivivere la privacy bisogna essere totalmente de-digitalizzato cosa ovviamente impossibile a partire da una semplice utenza domestica o telefonata o dalla tassa di possesso veicolare. Provate ad utilizzare Internet per le vostre ricerche ad esempio su Google ed immediatamente hanno un vostro profilo e stranamente sarete circondati da offerte sulla vostra casella E-mail proprio su quelle cose che stavate cercando. Figuriamoci per tutto il resto! Allora se la privacy nel concreto è svanita perché continua ad essere oggetto di contenzioso in gran parte dei processi? E qui si fa strada la legge che arbitrariamente rispolvera l’uso del “consentito” facendosi corifea dell’imposizione “pro acta”. E assistiamo sconcertati, sorpresi, a prese di posizioni talmente ridicole che mi fanno provare vergogna non ad essere italiano ma ad appartenere al genere umano. Chi stabilisce cosa sia degno di essere pubblicato di uno scambio telefonico durante un processo per il raggiungimento una verità “buona” per l’opinione pubblica? A voi la sentenza!

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