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RESPONSABILITA’: ASSENTE

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Sono sempre stato molto critico verso tutti quelli che danno consigli, se non imposizioni, su cosa sia bene o male, su come organizzare al meglio la nostra esistenza, su quali siano i mezzi per raggiungere la felicità ed il “buon vivere”, perché alla fine del liceo la pur minima conoscenza della filosofia e dei suoi maestri mi aveva lasciato molto perplesso sul fatto che non erano giunti ad una conclusione univoca in merito, ma probabilmente si erano accorti che, data la grande variabilità dell’essere umano, tanto da essere unici geneticamente su miliardi, forse la soluzione non poteva essere una sola bensì un’armoniosa convivenza di tutte quelle propensioni dell’animo umano. Ogni aspirante filosofo doveva decidere quale rapporto avere con la società in cui vive. Gli stoici con l’arte di dominare le passioni e gli scettici col dubbio di una verità mai completa ed eterna rivendicano la propria indipendenza interiore dai valori tossici della cultura; gli epicurei con l’arte di saper gustare il momento; Eraclito con l’arte del divenire e della contemplazione cosmica e della sua intelligenza o “Logos”; i pitagorici con la loro arte della memorizzazione e dell’incantesimo ma un po’ tutti si isolano dalla società rifugiandosi in comunità filosofiche; altri coltivano maggiori speranze e pensano che il pensiero possa trasformare la società come Diogene, maestro dei cinici e dell’arte dell’anarchia, Platone con la sua arte della giustizia, Plutarco cantore dell’arte dell’eroismo, Aristotele con l’arte di prosperare e che raccoglie un po’ tutte queste predisposizioni e secondo il quale vera felicità è l’”eudaimonia”: una gioia derivante dall’aver compiuto quanto vi è di migliore o più elevato nella nostra natura. Quindi non esiste una filosofia unica perché sarebbe dispotica e accrescitiva. E l’impostazione liberale di John Stuart Mill (per seguire a modo nostro il nostro bene), di Karl Popper e Isaiah Berlin (la ricerca di un unica forma di vita buona è una chimera metafisica). Negli ultimi anni del 900-2000 fra politici e intellettuali si è diffusa la convinzione che il pluralismo e il relativismo morale siano andati troppo oltre e che l’individualismo neoliberale ci abbia trasformati in essere atomizzati e dissociati. Ed è così tornato in voga, nel pensiero occidentale l’idea platonico-aristotelica secondo la quale i governi dovrebbero incoraggiare la prosperità spirituale dei cittadini. È nata così la CBT (terapia cognitivo-comportamentale) una psicologia positiva verso la politica del benessere (corsi di pensiero resiliente per i militari). Tuttavia la “nuova politica del benessere” potrebbe diventare facilmente illiberale e coercitiva se gli scienziati e gli artefici delle decisioni pubbliche pretendessero che, essendo stata verificata la validità di un certo modello di vita buona, non c’è bisogno di discussione democratica e che si finisca per voler imporre un dogma illiberale riguardo a come la gente deve pensare, sentire, vivere. In pratica una “struttura morale universale” in cui costumi e comportamenti vengono misurati giudicati. E diversi sono i casi: -la Chiesa il cui potere ed autorità di un comitato di teologi fedeli alla “scienza morale” di Aristotele e Tommaso d’Aquino debba vegliare sulla cristianità; -il Positivismo strano culto filosofico sviluppatosi nel 19º secolo per opera di Auguste Comte che sosteneva di aver finalmente trasformato la sapienza della filosofia antica e della teologia cattolica in una scienza incontrovertibile e pertanto i governi devono sottostare ad esperti scientifici. Ma la “visione positivista” sembra abbia avuto la meglio se nel 2010 qualcuno ha pensato che si potrebbe misurare la felicità dei cittadini con un semplice “questionario”. Ma questa felicità attiene ad una definizione puramente utilitaristica o epicurea del benessere ma non misura nulla sul benessere “eudemonico” che per Aristotele, Platone e gli stoici voleva significare la “felicità virtuosa” dello spirito. Si deve trovare il giusto equilibrio fra la concezione della vita buona dei greci e una politica liberale pluralista che rispetti i diritti del singolo a porsi delle domande e scegliere come vivere. Ecco tutto questo provvido tramestìo intellettuale cancellato, tout court, dai nostri governanti che si prodigano nell’anomala e dannosa oltre che ignorante propaganda di aver raggiunto la “verità” da inverare senza alcuna discussione o possibilità di “pensare altrimenti”, negando l’”adiatur et altera pars” dei latini ossia “si ascolti anche l’altra parte”. Una sintesi perfetta si è incarnata nel nostro Presidente del Consiglio quando discetta sulla differenza fra “episteme”, la sua e “doxa” degli altri: episteme che indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire ossia verità certa sopra ogni possibilità di dubbio attorno alle ragioni degli accadimenti mentre la doxa è solo opinione e quindi non certezza. Tanto è vero che la sua condotta non gode di quella responsabilità “politica” che si addice ad un sovrano, bensì rivelatasi semplicemente “affidataria” ad una scienza che per definizione è un continuo divenire di conoscenza ma non depositaria di verità assoluta. In pratica un lavoro per “conto terzi” peraltro e naturalmente non del tutto affidabili. Non finirò mai di ringraziare il Padreterno per avermi dato possibilità di istruirmi, pur con molti sacrifici, e di comprendere la ricchezza della nostra natura con le sue sfumature e di avermi permesso di essere un uomo libero che mai ha goduto di appartenenze politiche, sindacali o di qualsiasi altro “giogo” che impedisse la libera espressione del suo pensiero, mentre altrove si arriva alla carcerazione o alla condanna a morte; qui da noi solo condanna all’isolamento che per un verso non è poi così riprovevole: se così è “fate vobis”. Certo ne va della carriera, degli avanzamenti pilotati, che sono nulla a confronto con la libertà di coscienza e la serenità interiore, i migliori alleati di un sonno ristoratore. E siamo al punto della “Faq” (frequently asked question: frequenti domande richieste) “Ne usciremo e come?”. Si può rispondere solo con una “doxa”, molto personale, ma che dovrebbe condurre a qualche riflessione. Partiamo dalla constatazione “de facto” che questa occasionale pandemia non ha fatto altro che rivelare improvvisamente tutto ciò che lentamente si stava instaurando ossia una preclusione di una democrazia che non esiste più come si evince dalla dicotomia sempre più manifesta fra un volere delle elite e quello delle maggioranze popolari. Non dimentichiamo che l’ex presidente Napolitano, in una repubblica parlamentare come la nostra è riuscito a comporre quattro compagini di governo “non eletti” mentre l’attuale è molto garante della nostra Costituzione che, vergata nel “dopoguerra”, è imbastita in maniera tale che, esorcizzando la svolta dittatoriale, non si desse adito all’insorgere di nuove forme similari senza considerare che le “plurimae leges” le fa in genere solo una “corruptissima republica” quale quella che stiamo vivendo. Da molto tempo i nostri cari concittadini hanno sempre preteso qualcosa “di nascosto” dalle nostre Istituzioni che ben si guardano dal risolvere i problemi alla radice ma si accontentano di gestire questo termitaio generando problemi e necessità, combustibili unici per la vita della macchina politica. Guai a dare troppa autonomia gestionale e regole certe, ne va della “rappresentanza”. Ne consegue che pian piano gli italiani come molti cosiddetti “occidentali” hanno perso la possibilità di essere partecipi del progetto economico, sociale e lavorativo della loro nazione. E non essendoci stata una rivoluzione di piazza rossa, una presa della Bastiglia o una guerra di indipendenza con spargimenti di sangue significa che il processo ha potuto in essere con la ingenua o malaccorta partecipazione del popolo che ha condiviso le scelte di quei pochi che “operano per il nostro bene”, molto al servizio di “altri” secondo quella “globalizzazione“ tanto osannata che mira alla non alla condivisione della ricchezza, ma alla distribuzione a piene mani della “povertà” che sia finalmente egualitaria e alla portata di tutti. Perché è lo stato di necessità ove regna la politica del più becero statalismo. E tutto va in questa direzione! I giovani abituati nella mollezza del loro “status” agognano il reddito di cittadinanza, il posto fisso, e quei pochi che hanno ancora rispetto di se stessi, della loro preparazione e delle loro possibilità non hanno altra scelta che di “espatriare” per altri lidi più liberali e meno burocratizzati per far emergere la loro creatività ed intelligenza. Ma sono considerati non eroi ma “traditori” del loro Paese! Stiamo pagando i danni di una politica che non ha fatto nulla per aiutare la famiglia con una decrescita spaventosa che mina alla base ogni progresso economico e civile di una società a detta di tanti economisti. Vorrebbero far rientrare questi cervelli in fuga proponendo loro non si sa quali agevolazioni ma con ridicoli corrispettivi economici in una condizione di tale depressione sociale che regolarizza gli immigrati senza dare possibilità a quegli italiani che hanno perso il lavoro di arrangiarsi anche con lavori più umili come nel caso dei “voucher” per la raccolta nei campi. Con una piccola e media impresa, che sono l’ossatura della nostra economia, non adiuvata in alcun modo come visto in questa emergenza sanitaria per fondi che non arrivano, liquidità possibile ma solo a concertazione sindacale per mettere illegalmente paletti alla libertà dell’imprenditoria privata, con la proposta addirittura di una compartecipazione dello Stato nelle imprese dove ha elargito qualche fondo garantito ma da restituire, in puro stile cinese o sovietico. Per non parlare della UE e del famoso Mes con 36 miliardi da spendere solo per la sanità ma che nessuno sa ancora se svincolato dalle procedure di controllo finanziario in futuro, la troika per intenderci, e che sono un’inezia rispetto al nostro fabbisogno per le imprese, imprescindibile per far ripartire l’economia, avendoci negato le emissioni di “Eurobond” a fondo perduto e la possibilità di acquisto da parte della BCE dei nostri titoli sul mercato, il “quantitative easing” per intenderci. Nonostante alcuni economisti come Giulio Tremonti abbiano auspicato il concorso della nostra ricchezza privata nell’acquistare titoli a lunga scadenza con garanzia della CDP o della BCE che potesse alleggerire il nostro debito pubblico, preferiamo la proposta di arrivare ad un prelievo forzato di una patrimoniale al 14% dei nostri conti correnti. Allucinante! Acquisto di titoli redditizi no, patrimoniale sì. Ma oltre l’aspetto economico-finanziario la “Statocrazia” si fa sentire sulla libertà più elementare della persona: continuo minaccioso bombardamento di divieti alla libera circolazione che pur giustificata può assumere risvolti grotteschi come le 16 persone sui 40m2 di un bus ma non in 400 m2 di una chiesa frequentabile in numero di 15 solo se c’è il morto, del tipo “funerale su invito”. App sul cellulare, dicono volontaria ma di sicuro a breve obbligatoria con la nostra privacy che va a farsi benedire, e che registra ogni tuo spostamento, se in contatto con contagiati solo che non potendo fare tamponi a tutti non sappiamo il loro vero numero né possiamo fornire i dpi come le mascherine che non si sa da dove vengono, se ci sono, se sono utili alla bisogna, quanto costano se 50 cent o 5 euro, se si possono fare da soli in casa come alfine ha detto Brusaferro dell’ISS che ha ancora un minimo di vergogna, con i guanti introvabili e molto cari al mercato speculativo. Attività di bar e ristorazione precluse e difficilmente aggiornabili per le sopravvenute cautele con posti a sedere così distanziati che saranno costretti a ridurre il personale di sala incrementando disoccupazione. Turismo alle corde con Regioni e Sindaci più a contatto con le realtà locali che fanno ordinanze loro proprie e contro le disposizioni governative, talora molto dannose per le economie territoriali, per allentare il bagaglio delle restrizioni spesso ingiustificate ma che devono fare i conti con i TAR, fulgidi esempi di spreco di risorse ed inutilità di scopo, sempre molto filogovernativi. Chiusi in casa, senza discriminazioni di sorta, con subentranti problemi psichici, da contenzione sia per l’infanzia che per gli anziani, organizzativi scolastici perché nel frattempo le scuole sono chiuse, e la formazione “online” non è per tutti. Ecco come siamo ridotti ma nessuno si ribella perché siamo oramai privi di quello spirito critico che la scuola avrebbe dovuto formare ma che oggi è assente nella maggioranza dei cittadini, addomesticati, sviliti e senza essere ascoltati o semplicemente considerati. Questa la democrazia “illiberale” delle elite con un popolo nemmeno “bue” perché l’animale col suo lavoro aveva una dignità ed era amato dal suo padrone. Un regime democratico non liberale o esplicitamente antidemocratico caratterizzato dal dominio della tecno-burocrazia che combatte con tutte le sue forze il ritorno di una vera democrazia post liberale di un sano conservatorismo più moderno che non è ostile alla libertà ma ne combatte l’interpretazione o meglio degenerazione affermatasi nell’ultimo secolo a partire dagli anni ’60: una libertà astratta quella della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, universalista ed ostile alla natura umana, considerata materia da plasmare per creare un mondo fondato sull’individuo privo di limiti e legami come afferma la filosofa francese Chantal Delsol. I conservatori post liberali recuperano invece la legge naturale, ordinatrice di una comunità politica in cui l’individuo sia persona e come tale proiettato verso il bene comune: tutto ciò sarebbe messo in pericolo da un liberalismo sempre più tecnocratico, dominato dai manager, dei tecnici, dagli scienziati, segnato dalla retorica dell’apertura e del progresso. E l’Unione Europea è questo tipo di stigma operante! Una scienza che dopo aver annunciato il suo progresso verso la sconfitta della morte è stata invece colta impreparata e sconfitta da questo virus dopo che era stato studiato per decenni con i suoi affini con una morte che va accettata e rispettata tornando ad assumere una piena responsabilità personale e di gruppo, una vera rivoluzione culturale e spirituale, un recupero di una sovranità personale, non solo politica: solo il “servo” rinuncia volontariamente alla sovranità per venire protetto come ricorda Claudio Risè citando Hegel “Chi si prende la responsabilità della sua vita rischiando la morte diventa libero e padrone della propria esistenza”. Viviamo la società dell’abbondanza e della sicurezza, comunque smentita dalla pandemia, che sono alla base del nostro modello economico-consumistico-industriale che non funziona perché basato sulla “deresponsabilizzazione” dei cittadini, ridotti a produttori-consumatori, ma privati delle decisioni significative della propria vita, delegate ad autorità sempre più lontane, praticamente irraggiungibili come la UE che ignora quanto Seneca, Marco Aurelio, Socrate sapevano bene come la libertà e la responsabilità dell’individuo fosse l’unica forma per costruire una vita buona e felice per quanto possibile. Seguiamo i loro insegnamenti e ne usciremo più maturi e forti. Ad maiora!
Pescara li 10-5-2020 F.to Arcadio Damiani

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