“La solitudine è l’elemento che più ci rende vulnerabili.” — Jean-Paul Sartre
L’infanzia a Roseto: mare, vento e solitudine
Sono cresciuto a Roseto degli Abruzzi, città di mare e vento, fatta di estati interminabili, inverni che sembravano non finire mai e solitudine. Non vi sono nato, ma è lì che ho imparato a camminare, a guardare il mondo, a sentire che dentro di me abitava qualcosa di troppo grande per restare chiuso nel petto. Roseto mi ha nutrito e mi ha ferito, mi ha donato la bellezza e insieme l’ha usata come lama. Ricordo le mattine di sole che entravano dalle persiane, il rumore dei treni che attraversavano la ferrovia tagliando in due la città, il mare che ogni giorno respirava con noi e che di notte diventava un confine infinito. È lì che ho imparato la mia prima grande lezione: che si può essere soli anche circondati da mille voci, che la solitudine più feroce è quella che ti soffoca quando non ti senti visto.
Gioventù e solitudine tra il mare e le pinete
Da ragazzo mi aggiravo lungo il lungomare, guardavo i bagnini sistemare le sdraio, ascoltavo le risate dei villeggianti. Tutto sembrava vivo, colmo, pulsante. Eppure io sentivo un vuoto che non riuscivo a colmare. La gente mi vedeva, certo, ma non mi guardava davvero. Ero come trasparente, come una presenza che non riusciva a trovare posto. Quelle notti, quando il paese si addormentava, camminavo sotto le pinete e sentivo il rumore delle cicale che non smettevano mai, il canto dei grilli che si mescolava al respiro del mare. In quelle ore di sospensione capivo che l’unico modo per non morire dentro era inventare storie.
Il seme del racconto e l’incontro con Tornatore
Fu lì, in quel vuoto, che nacque il seme del racconto che anni dopo avrei confidato a Giuseppe Tornatore, senza sapere che sarebbe diventato Nuovo Cinema Paradiso. Non era un sogno cinematografico, non era un progetto: era la mia stessa vita che cercava di sopravvivere. Ero un ragazzo che non voleva morire di solitudine, che trovava nella fantasia l’unico varco per respirare. Ricordo le serate al cinema di paese, la luce tremolante sullo schermo, le facce rapite degli spettatori. Guardavo più loro che il film: mi affascinava il modo in cui per due ore dimenticavano la fatica, i debiti, le liti familiari. Era lì che capii che raccontare storie poteva salvare. Non solo me, ma tutti.
La medicina come forma di racconto
E oggi, a settantadue anni, medico dopo una vita trascorsa ad ascoltare corpi e anime, penso a quella intuizione e capisco che non era illusione. La mia professione, in fondo, è stata un’altra forma di racconto: leggere nei corpi, tradurre in parole, alleviare dolori. Non ho mai cercato soltanto la diagnosi, ma lo sguardo. Ho voluto vedere ed essere visto, perché sapevo che la ferita più profonda non è la malattia, ma l’invisibilità. Ogni paziente era un mondo che chiedeva ascolto, e io, bambino di Roseto diventato uomo, ho provato a dare ciò che non avevo ricevuto: attenzione, presenza, riconoscimento.
Il ritorno a Roseto degli Abruzzi e i ricordi
Eppure il filo della mia vita torna sempre lì, a quel paese che mi ha cresciuto e abbandonato, che ho amato e da cui sono fuggito. Oggi non vivo più a Roseto, ma ogni tanto torno. Cammino lungo il corso principale, vedo i negozi cambiati, i bar che non sono più quelli di un tempo, il lungomare che pure conserva lo stesso profumo di sale e di alghe. Cammino e sento le voci del passato: ragazzi che giocano a pallone nei campetti polverosi, le urla delle madri affacciate ai balconi, i discorsi in dialetto pieni di ironia e malinconia. Tutto questo mi attraversa come un vento che non so fermare.
Leonardo: Roseto e il dolore della solitudine
E quando torno, oggi, non posso non pensare a Leonardo, il ragazzo di ventisette anni che ha scelto di morire in una stanza di Roseto. Una bomboletta, una maschera antigas, il silenzio intorno. La sua morte è entrata in me come un coltello, perché è la prova che il male oscuro della solitudine continua a scorrere nelle vene di questa città. La sua storia non è solo cronaca: è un riflesso della mia stessa vita. Io so cosa ha provato, so cosa significa sentirsi soffocare senza aria, so che quel gesto nasce da un accumulo lento di giorni vuoti. Avrei voluto poterlo incontrare, dirgli che non era solo, che anche nella solitudine più feroce può nascere qualcosa di vivo. Avrei voluto raccontargli che dalla stessa oscurità era nata la mia capacità di inventare, di donare, di curare. Ma non ho potuto.
Scrivere per ricordare e per salvare
E allora scrivo. Per lui, per me, per tutti quelli che a Roseto e altrove sentono di non avere voce. Scrivo perché la memoria non muoia. Perché ogni volta che torno e cammino lungo il mare, vedo riflesso nell’acqua il volto di chi se n’è andato troppo presto. Ogni onda mi porta un nome, un ricordo, una ferita. La città, con la sua apparente calma, porta dentro di sé un dolore che non si dice, un dolore che esplode nei gesti estremi, nelle notti insonni, nei respiri spezzati.
Roseto: bellezza, abisso e solitudine
Roseto è fatta di contrasti: la luce accecante delle estati, il grigio malinconico degli inverni; la vitalità dei turisti, il silenzio dei suoi abitanti rimasti soli. Da ragazzo lo sentivo come un paradosso, oggi lo riconosco come una verità universale. Non è il paesaggio a salvarci o a condannarci, ma lo sguardo degli altri. Senza quello, anche il mare più bello diventa una prigione.
La memoria come cura
Ho settantadue anni e porto sulle spalle la mia storia di medico, di narratore mancato e realizzato, di uomo che ha amato e perduto. Ma ogni volta che penso alla mia giovinezza a Roseto, capisco che tutto ciò che sono nato da lì: da quella solitudine che poteva uccidermi e invece mi ha dato la forza di creare. Se Tornatore ha fatto del mio racconto un film immortale, è perché dietro c’era una verità che non apparteneva solo a me, ma a tutti: la nostalgia, la perdita, la ricerca di un senso.
Leonardo e il silenzio che non deve vincere
E allora penso a Leonardo e sento che la sua morte non deve restare muta. Deve parlare, deve scuoterci. Perché ogni vita che si spegne così è un fallimento collettivo. Io so che nessuno può salvare tutti, ma credo che almeno si possa imparare a vedere. È quello che ho cercato di fare come medico: vedere, davvero. Non basta diagnosticare, non basta curare il sintomo. Bisogna guardare oltre, sentire la voce che non si dice. È questo che ho imparato dalla mia infanzia a Roseto: che la vera cura è lo sguardo che dice “tu esisti”.
Il vecchio cinema e il senso della memoria
Quando torno e cammino tra le strade della mia città, a volte mi fermo davanti al vecchio cinema, che ora non proietta più i sogni che nutrivano le mie notti. Chiudo gli occhi e rivedo la sala piena, sento il fruscio della pellicola, l’odore della polvere, il brusio della gente. Mi sembra di tornare ragazzo, e mi chiedo se allora, quando inventavo storie per salvarmi, avrei potuto immaginare di arrivare a settantadue anni, di diventare medico, di portare in me tante vite ascoltate. La risposta è no: non avrei potuto. Ma forse è questo il senso della memoria: scoprire che il dolore non è stato inutile, che ogni ferita può diventare seme.
Roseto e La solitudine che genera vita
Leonardo non avrà questo tempo. Non avrà settantadue anni per guardarsi indietro. La sua storia si è fermata troppo presto, e questo è ciò che più mi strazia. Per lui, il silenzio ha vinto. Ma forse, scrivendone, parlandone, camminando ancora una volta per le strade di Roseto con il suo nome in mente, posso almeno impedire che sia cancellato. Posso trasformare quella morte assurda in memoria, in ammonimento, in voce.
E così, io che sono cresciuto in quel paese e che da esso sono fuggito, io che torno ogni tanto per respirarne il vento, oggi dico che Roseto non è solo mare e sole, ma anche abisso e solitudine. Città di bellezza e dolore, di infanzie rubate e sogni salvati. È la mia radice e la mia ferita. Il luogo che mi ha insegnato che la solitudine può uccidere ma può anche generare vita, se solo trova uno spiraglio.
Per questo scrivo: per dare voce al ragazzo che fui, al medico che sono, al vecchio che cammina lentamente sul lungomare e che ancora cerca, tra i volti sconosciuti, uno sguardo capace di riconoscerlo. Scrivo perché credo che, finché ci sarà parola, nessuna morte sarà davvero muta.