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Ruggero Marzoli: una gloria abruzzese del ciclismo agonistico…

Il ciclismo agonistico, fino a pochi decenni fa patrimonio quasi esclusivo di alcune nazioni del vecchio continente, ormai da molti anni sta vivendo una seconda giovinezza, a livello stavolta planetario. La serrata guerra al doping che la WADA (World Anti-Doping Agency) ha dichiarato a questo sport e l’ingresso di sponsor di livello mondiale (Astana, Bahrain, Sky e altri), ne hanno modificato per sempre i prospetti e le geografie.

Per approfondire l’argomento, abbiamo incontrato una gloria abruzzese del recente passato, che ha appeso il sellino al chiodo solo dal 2012: lo spoltorese Ruggero Marzoli.

Nel corso della sua carriera ha ottenuto tanti successi e una moltitudine di piazzamenti. Ha indossato anche la maglia Verde e quella Azzurra al Giro d’Italia, ma la sua vittoria che, forse, gli sportivi locali ricordano con maggior soddisfazione, è senz’altro il Trofeo Matteotti del 2005, la storica gara pescarese, nel cui palmarès compaiono nomi del calibro di Bartali, Taccone, Basso, Gimondi, De Vlaeminck, Bitossi, Moser, Argentin, Bugno, Bettini e tanti altri.

Ruggero, dopo il ritiro agonistico, in che modo sei rimasto legato a questo sport?
Il ciclismo è uno sport itinerante, a differenza, per esempio, del calcio, dove ogni società ha sede in una determinata città, in cui ci si allena e le famiglie dei tesserati vivono a stretto contatto con loro. Il mondo del pedale, a livello professionistico, prevede continui trasferimenti, settimana dopo settimana, quasi senza soluzione di continuità, il che rende praticamente impossibile portare avanti una serena vita familiare e sociale.

Dopo aver trascorso tanti anni in questo modo, visto che ho avuto la fortuna di condurre una lunga carriera da corridore, ho deciso che fosse il momento di dedicare finalmente più tempo alla famiglia, agli affetti in generale e, quindi, a me stesso.

Non volevo, al contempo, abbandonare completamente un mondo che ho amato e mi ha donato enormi soddisfazioni, per cui ho deciso di seguirlo sia come opinionista all’interno di trasmissioni tv locali, sia come consulente esterno, al bisogno.

Cosa è cambiato nel ciclismo, dai tempi storici di Moser e Saronni, tanto per fare due nomi che hanno scritto la leggenda, non solo tricolore, di questo sport, ad oggi?
Soprattutto l’enorme differenza di investimenti.

Gli sponsor, come hai accennato all’inizio, non sono più quelli di un tempo, che avevano interessi solo a livello nazionale e, di conseguenza, non potevano permettersi di spendere oltre una certa soglia.

Oggi le principali squadre che affrontano le più importanti competizioni, siano grandi classiche o gare a tappe, portano sulle maglie i nomi di marchi altisonanti, conosciuti in tutto il pianeta.

Ricordo che i primi competitor di questo livello, quando ancora gareggiavo, furono i russi, i kazaki, gli americani e gli inglesi, che di conseguenza “imposero” all’interno delle loro squadre, ciclisti locali, fino a quel momento in grado di misurarsi solo fra i dilettanti. Questi nuovi flussi economici, un po’ alla volta, hanno fatto crescere movimenti che quasi non esistevano.

L’Italia è forse la nazione che maggiormente ha risentito di questo cambiamento, infatti oggi sono pochissimi i nomi dei nostri ciclisti conosciuti dai tifosi e in grado di concorrere per le vittorie.

La lotta al doping sta restituendo, pian piano, credibilità al ciclismo, ma non credi che gli effetti nefasti ancora si respirano, avendo “sedato” l’antica passione del pubblico, nei confronti di questa disciplina?

Questo trend negativo è, in realtà, percepito solo in Italia. Negli altri Paesi, anche quelli dove il ciclismo ha tradizioni storiche pari al nostro, come il Belgio o l’Olanda, le tante squalifiche del recente passato non ne hanno minato la credibilità. Da noi i media hanno dipinto il doping in maniera del tutto alterata, consegnandogli un peso specifico irreale.

Mi spiego meglio: Lance Armstrong, giusto per citare il caso più illustre, era davvero un campione, nonostante le famigerate trasfusioni! Grazie a questi aiuti illeciti, infatti, il potenziale di un ciclista può aumentare, al massimo, di un 5%, rispetto a quello di un altro che non ne fa uso.

Piccoli, a volte decisivi, certo, incrementi di potenza, che però non rispecchiano affatto l’immagine consegnata ai tifosi, che l’hanno percepita come se il 90% dei risultati conseguiti dai corridori “pizzicati”, fossero il frutto, appunto, del loro doparsi.

Le tue argomentazioni in merito sono molto interessanti e ci consegnano un’immagine diversa del ciclismo, che ci auguriamo possa servire a restituire la giusta fiducia a un ambiente, in verità, apparentemente ancora abbastanza depresso, almeno a livello nazionale, come hai giustamente sottolineato.

Me lo auguro davvero e spero proprio che questa intervista possa contribuire, in parte, allo scopo. In una carriera non sono importanti solo le vittorie, ma soprattutto la costanza nelle prestazioni, frutto esclusivamente di tanto allenamento, sacrifici e rinunce.

Chi segue uno sport, in quel momento vuole solo evadere dai problemi della vita quotidiana ed è giusto che lo faccia senza pensieri che ne possano offuscare le gioie del momento. Il ciclismo è un patrimonio della nostra Storia, difendiamolo e diffondiamolo.

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