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SCUOLA GREMBIULE E DIGITAL DEVICE

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In Inghilterra un ragazzino di 10 anni è stato ricoverato d’urgenza per una massa addominale che gli impediva anche una corretta deambulazione. Lo sconcerto dei medici è stato dover diagnosticare un grossolano fecaloma (accumulo abnorme di feci nell’ampolla rettale) in quanto il bambino aveva perso lo stimolo dei suoi bisogni fisiologici perché totalmente preso da un videogame (Fortnite) che gli impediva di muoversi dalla sua postazione davanti al computer inducendolo anche a farsi la pipì addosso. Certo un caso limite ma che ha comunque allertato la sanità britannica evocando la creazione di una clinica atta a combattere quello che viene definito “gaming disorder” ad uso sia dei ragazzi che degli adulti spesso vittime di una fissazione morbosa con la pornografia online. Lo psicologo Luca Pozzi afferma che la dipendenza da videogioco si definisce come un periodo di almeno 12 mesi di impatto negativo sulla vita familiare, personale, sociale, di studio e di lavoro a causa dell’abuso del gioco se pensiamo anche all’impatto che ha l’utilizzo dello smartphone anche durante le ore notturne. E l’Inghilterra si è svegliata ma l’Europa è in ritardo se pensiamo che in Asia e in America i centri pubblici che si occupano di questi problemi sono numerosi. Questa è l’era della tecnologia che non è assolutamente sinonimo o portatrice di intelligenza migliore. In realtà è esattamente il contrario. L’eccesivo uso dei devices digitali oltre a provocare disturbi fisici e psichici anche gravi come già detto provoca una sensibile riduzione del QI. In base ad una indagine pubblicata dalla rivista internazionale Pnas il QI dei ragazzi si riduce anno dopo anno ed è questa una nuova tendenza chi si contrappone a quanto riscontrato nelle generazioni del dopoguerra ove il QI migliorava grazie alla crescita, ripresa economica e una migliore condizione di vita e di salute. Questo andamento degli ultimi 70anni che si quantizzava in tre punti ogni decennio va sotto il nome di effetto Flynn come riporta in un suo articolo Caterina Belloni. Ma dal 1975 in poi si è arrestato bruscamente e da qui in poi ogni generazione ha registrato un calo di 7 punti come attestato dallo studio norvegese di Rogeberg e Bratsberg su 730.000 uomini fra il 1970 e il 2009. Ma questa tendenza è stata vista non avere limiti geografici e sembra estesa anche ad altri paesi occidentali Italia compresa. Gli studiosi si sono chiesti i motivi di questo peggioramento ed un altro studio OCSE ha dimostrato su 5000 alunni che sottoposti ad istruzione solo cartacea(libri) e solo digitale(PC) i primi hanno guadagnato un apprendimento di circa il 30% superiore ai secondi. A riprova del fatto che i ragazzi leggono meno libri passando più tempo davanti allo schermo di un pc o smartphone che sia. Gli studiosi hanno notato peraltro un peggioramento dell’insegnamento della matematica e della grammatica basi fondamentali dell’educazione elementare. Altre ipotesi potrebbero essere quelle che le famiglie meno abbienti con meno competenze intellettuali fanno più figli che alla fine potrebbero abbassare il rendimento scolastico o che i tests di rilevazione potrebbero essere invecchiati come lo spesometro che di volta in volta sostituisce il bene di maggior consumo e quindi potrebbero non valutar perfettamente l’attuale intelligenza. Ad ogni buon conto tuttavia studi metabolici cerebrali (Karin Janes dell’Università dell’Indiana) con l’impiego della RM funzionale cerebrale hanno ad esempio stabilito e confermato che lo scrivere sulla tastiera è di gran lunga inferiore per l’apprendimento e per la lettura che scrivere in corsivo. Infatti durante la digitazione su tastiera si attivano solo alcune aree del cervello; se invece si scrive in corsivo a mano libera si attivano tutte le aree del cervello. E due nostre ricercatrici, educatrici psicomotorie, Rossana Lanari e Viviana Federici, hanno firmato un libro”Il corsivo alla base dell’apprendimento”(ed.Erga) ritenendo e convinte che il corsivo sia alla base dell’apprendimento perché permette di sviluppare fattori psicomotori fondamentali come la coordinazione oculo-manuale, l’orientamento spazio-foglio, la manualità fine che sfocia in una maggiore complessità ma anche in una maggiore completezza di competenze richieste. Pam Mueller e Daniel Oppnheimer su “Psychological Science Journal”hanno dimostrato che chi prende appunti tramite laptop memorizza meno concetti di chi prende appunti a mano. Ben venga la tecnologia ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca perché il “segno” è segno della nostra civiltà e umanità come dimostra tutta la scienza grafologica che lo interpreta. E sono soprattutto i bambini e i ragazzi che vengono danneggiati da un eccesivo uso degli strumenti digitali. Sono numerosi gli studi che rilevano innanzitutto una “dipendenza” come una droga da videogiochi, smartphone e tablet, il danno sullo sviluppo del bambino da un uso eccessivo di dispostivi mobili, e secondo una ricerca del Cohen Children Medical Centre i dispositivi con “touch-screen” se usati in età precoce provocano ritardi nel linguaggio ed una scarsa conoscenza della lingua. Secondo alcuni esperti trascorrere troppo tempo davanti ad uno schermo può provocare dei cambiamenti nel cervello dei bambini simili a quelli che avrebbero in una persona dipendente dall’alcool. E già dopo due ore di visione continuasi possono iniziare ad avere problemi di salute con ipertensione, disattenzione, problemi di apprendimento, disturbi del sonno( molto pericolosi specie se si continua ad usarlo in cameretta o prima di dormire ) e depressione. Per non parlare del “collo da Sms” che si manifesta con una curvatura indietro del collo che si mantiene quando si digita o si leggono messaggi sul cellulare. E sarebbe comunque buona norma tenere lo smartphone il più possibile lontano dal nostro corpo per le onde elettromagnetiche dato che funzione come un “ripetitore” per l’antenna incorporata. E non vogliamo infierire con l’enorme potere distraente dalla realtà che ci circonda che va dalla estrema pericolosità di usarlo durante la guida o durante attività che richiedono una dovuta concentrazione. A questo punto la Francia per volere di Macron ha disposto una legge che per il momento vieta l’utilizzo dei dispositivi digitali a livello della scuola elementare e media. A mio parere sembra la soluzione più giusta perché anche noi nel 2007 il ministro Giuseppe Fioroni emanò una circolare che vietava a scuola l’uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni se non condiviso con i docenti a scopo didattico. Ad oggi purtroppo la ex ministra Fedeli ha permesso con tutte le ridicole avvertenze e precauzioni la reintroduzione dei dispositivi digitali nella nostra scuola. “La scuola accoglie e promuove lo sviluppo digitale nella didattica” secondo il suo decalogo. “Il telefonino è nelle mani di tutti, rifiutare che entri a scuola non è la soluzione”. Non basta che i dispositivi elettronici assorbano energie visive e attenzione in maniera sconsiderata durante la giornata; bisogna che l’asservimento digitale prosegua anche i n classe. Il provvedimento reintroduttivo ha tenuto in considerazione i giudizi degli esponenti delle lobby digitali ma non di grossi pedagogisti come lamenta un grande esponente Daniele Novara “..quella presa dal Ministero è una decisione incomprensibile dal punto di vista pedagogico..Si reintroduce un mezzo di inquietudine per bambini e ragazzi..Sono dispositivi che nessuno tranne chi lo possiede può controllare attivamente..” e sono i principali responsabili di ansia come la FOMO (Fear Of Missing Out) cioè la paura di restare scollegati e una vera e propria sindrome da deficit dell’attenzione/ADHD). E allora che si fa? E’ oramai opinione di molti che siamo al punto di non ritorno per quanto riguarda la “digitalizzazione” delle nostre vite, dalla domotica all’assistente vocale di Google. Io invece non credo non si possa ridurre a più miti consigli il moloch dell’informatica e dei Big Data. Anche dopo la rivoluzione francese c’è stata una restaurazione non che la prima fosse da condannare e la seconda auspicabile per carità ma da semplice medico mi attengo a quelle regole neurofisiologiche tanto ben espresse e confermate dalla scienza attuale al punto da meritarci un Nobel con la scienziata Rita Levi Montalcini. Le reti neuronali, i cosiddetti network dendritici, sono quelle strutture che connettono fra loro i neuroni delle varie aree cerebrali. Ora mi sembra talmente ovvio che più il sistema è interconnesso tanto più si sviluppa la capacità di azioni più fini ed di un giudizio meno scevro da semplicismi. Di qui l’intelligenza che rappresenta la sintesi post-analitica. E come si creano e proliferano le reti neurali? Con l’esercizio, lo studio, la riflessione, la concentrazione senza i quali il sistema non parte. Allora come può il sistema diventare complesso se le nostre acquisizioni si basano su attimi fuggenti? E come diceva il Sommo poeta “non fa scienza sanza lo ritener l’aver inteso”. Una volta su una terzina di dante al liceo si passava un’ora a discuterla. Figuriamoci ora! Così i ragazzi hanno tanta velocità compulsiva nel digitare che sembrano fenomeni ma questa è solo espressione di un arco semplice diastaltico e dalla mancanza di un pensiero dietro l’azione. Chi se n’è accorto, guarda caso, sono proprio le felpe californiane e i detentori dei Big Data Steve Jobs (2010), Bill Gates che hanno proibito l’utilizzo dei digital devices ai propri figli fino a 14 anni; Sean Parker, uno dei fondatori di Facebook e Greg Hochmuth ingegnere di Instagram spiegano la dipendenza dai social sullo smartphone; studiosi autorevoli come l’americano Adam Alter e il tedesco Manfred Spitzer spiegano che le tecnologie digitali agiscono come le droghe; il Ceo di Apple Tim Cook crede che debbano esserci dei limiti all’utilizzo della tecnologia nelle scuole e dice che non vuole che suo nipote utilizzi i social network ed ha promosso tuttavia un piano di studi all’Harlow College nell’Essex chiamato “Every can code” cioè la possibilità attraverso il codice che è la neolingua della tecnologia di imparare a programmare e risolvere i problemi e lavorare insieme in modo creativo. Allora cosa è imparare un linguaggio che aiuti a risolvere problemi in maniera più rapida e diretta e su questo non potrei non essere d’accordo, anche se con delle remore, altro è pretendere che i ragazzi trasformino smartphone e tablet in strumenti di apprendimento. La psicologa Jean M. Twenge della San Diego University spiega che il tempo passato online è legato a problemi di salute mentale, più tempo più depressione e tendenza al suicidio. Francesco Borgonovo nel suo splendido libro”Fermate le macchine” riporta che Chris Anderson ex di rettore di “Wired”, rivista simbolo della rivoluzione tecnologica, afferma di aver riscontrato in prima persona il rischio della tecnologia così da tenerla lontana dalla sua prole; a conferma a Los Altos( a nord della Silicon Valley ) vi è la sede della Waldorf School. Un istituto di altissimo livello che accetta solo un centinaio di allievi, tutti figli di ingeneri e programmatori dei colossi High Tech: la particolarità di questa scuola è che non ammette dispositivi dotati di schermo. L’esatto contrario di quello che sta avvenendo nella scuola italiana.

Caro neo Ministro della pubblica istruzione Marco Bussetti, visto che almeno Lei un curriculum scolastico e manageriale ce l’ha rimetta in piedi questa benedetta scuola non con provvedimenti che trompe l’oeil ma con draconiana tenacia necessaria ad interrompere questo declino che dura da circa mezzo secolo. Vuole introdurre il digital device? Certo, qual mezzo ad esclusivo uso del docente: si passerà così dagli appunti alla lavagna, ai lucidi proiettati, alle diapositive, alle pennette usb, al digital network costante. Miri a ricostruire un corpo docente degno di questo nome anche se sarà impresa difficile viste le nostre fucine universitarie. Costringa i genitori ad apprezzare il lavoro dei docenti e punirli legalmente se mancano di rispetto verso gli stessi, figli compresi. Riporti la scuola al suo scopo principale cioè costruire esseri pensanti perché di questi abbiamo bisogno e non di volgari cervelli all’ammasso. Rimetta il grembiule, come stanno facendo alcune scuole francesi che uniformi gli sforzi anche dei meno abbienti e si ponga fine alla sfilata delle shirt e hot pants firmati e si ripristini così quel senso di appartenenza e di orgoglio che molti istituti blasonati ancora oggi effettuano e mai hanno abbandonato. La libertà dal grembiule la si ottiene come la patente quando le idee saranno più chiare.

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