Il semestre filtro e l’esame con la febbre: tra merito e crisi di sistema

“L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo, ma la medicina è l’arte di conservarlo mentre tutto il resto cambia.” — Nelson Mandela

Semestre filtro a Medicina: merito o crisi di sistema

Il semestre filtro a Medicina, introdotto dalla riforma universitaria italiana, appare come un esame con la febbre che sembra aver contagiato non solo gli studenti, ma l’intero impianto organizzativo del sistema accademico.
La metafora della patologia non è casuale: i risultati del secondo appello del cosiddetto “semestre filtro” per l’accesso a Medicina arrivano dopo una prima tornata di prove che ha sollevato un polverone di polemiche, ricorsi e accuse incrociate.
Mentre la graduatoria nazionale è attesa per metà gennaio, ci si interroga se il vero disastro sia la selezione in sé o, piuttosto, un’architettura strutturale che fatica a reggere il passo con le ambizioni dei giovani e le necessità del Servizio Sanitario Nazionale.

Critiche al semestre filtro a Medicina

Il dibattito si è infiammato sotto il peso delle richieste di scuse ufficiali rivolte al ministero dell’Università.
Figure di spicco hanno definito il nuovo sistema una farsa lesiva sul piano emotivo ed economico, puntando il dito contro una modalità di valutazione che non rispetterebbe le nuove forme di apprendimento delle nuove generazioni.

La critica principale riguarda la natura mnemonica e nozionistica dei test di chimica, biologia e fisica. Tuttavia, bisogna essere intellettualmente onesti: un esame di ammissione a una facoltà scientifica ad alta specializzazione non può che basarsi su solide basi di conoscenza.
L’idea che il fallimento collettivo sia dovuto a un mancato rispetto degli stili di studio moderni rischia di essere un alibi pericoloso.
La concentrazione di tre prove tecniche in un’unica giornata è certamente gravosa, ma la soglia d’accesso a Medicina deve necessariamente essere alta e rigida.

Semestre filtro a Medicina e modelli europei

Per capire se l’Italia stia davvero vivendo un’anomalia, è fondamentale volgere lo sguardo oltre i confini nazionali.
L’accesso a Medicina è un problema pressoché universale, figlio della tensione tra l’alto numero di aspiranti e la limitata capacità ricettiva delle strutture.

Accesso a Medicina tra Francia e Germania

In Francia, il sistema a cui l’Italia si è parzialmente ispirata ha generato per anni il fenomeno traumatico del “cimitero delle ambizioni”, dove migliaia di studenti perdevano anni di studio per poi trovarsi esclusi senza alternative.
Anche la riforma francese del 2020, che mirava a diversificare i percorsi, è stata criticata per scarsa chiarezza e per aver favorito gli studenti provenienti da contesti privilegiati.
Spostare la selezione in avanti nel tempo non la rende meno dolorosa, ma rischia solo di renderla più costosa per le famiglie.

Selezione a Medicina tra merito e attitudine

In Germania, la selezione è spietata ma avviene a monte, basandosi quasi esclusivamente sul voto della maturità.
È un sistema prevedibile: uno studente sa già a diciotto anni se ha possibilità di entrare.

Tuttavia, per mitigare la rigidità di un voto scolastico che potrebbe non riflettere il talento scientifico puro, i tedeschi hanno introdotto un test attitudinale facoltativo che valuta logica e comprensione clinica invece delle nozioni pure.
Questo è un elemento che l’Italia dovrebbe guardare con attenzione: valutare il potenziale medico e non solo la capacità di memorizzare dati.

Nel Regno Unito, invece, l’approccio è ancora più olistico e include interviste personali per capire la reale motivazione del candidato, un modello che però richiede una macchina amministrativa enorme e costosa.

Semestre filtro a Medicina e limiti strutturali

È bene ricordare che il numero chiuso in Italia non è un’invenzione ideologica, ma fu introdotto per ragioni estremamente pragmatiche: la scarsità di docenti, l’insufficienza di aule e l’impossibilità dello Stato di garantire sbocchi occupazionali a tutti.

La riforma attuale tenta di mediare portando i posti disponibili a ventiquattromila e introducendo il semestre filtro per evitare che chi non supera il test perda un intero anno, permettendo il riconoscimento degli esami per altri corsi come Farmacia o Biotecnologie.
Tuttavia, nella pratica, il meccanismo si è inceppato sotto il peso di una gestione percepita come distante dalla realtà delle aule.

Carenza di medici e crisi del sistema universitario

La vera malattia del sistema non risiede solo nel test d’ingresso.
L’Italia, come gran parte d’Europa, soffre di una cronica carenza strutturale.

Per raddoppiare il numero di medici servirebbe raddoppiare il numero di aule, di professori e, soprattutto, di posti nelle scuole di specializzazione.
Senza investimenti massicci nell’edilizia universitaria, l’apertura indiscriminata degli accessi porterebbe solo a una svalutazione del titolo e a una qualità formativa scadente.

La spesa sanitaria italiana è una sorta di tela di Penelope: si cerca di tesserla aumentando i posti a Medicina, ma la si disfa non finanziando adeguatamente le strutture dove questi medici dovrebbero operare.

Semestre filtro a Medicina: una riflessione finale

In conclusione, ridurre il fallimento del semestre filtro a una questione di test troppo difficili è un’analisi superficiale.
Il merito non è una malvagia imposizione, ma un requisito indispensabile per una professione che ha in mano la vita delle persone.

Un sistema efficace dovrebbe probabilmente integrare la valorizzazione del percorso scolastico quinquennale, reso oggettivo magari tramite i dati Invalsi, con componenti attitudinali e psicologiche per valutare l’empatia e la resistenza allo stress.

La selezione rimane l’unico strumento per garantire che il sistema sanitario di domani sia composto da professionisti competenti formati in strutture adeguate.
Il disastro non è la selezione in sé, ma la pretesa di riformare il sistema senza i fondi necessari per supportare le ambizioni dei giovani.
Solo curando l’investimento strutturale nella formazione si potrà davvero guarire l’università da questa febbre cronica.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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