Storie italiane

Sepino, una cittadina di circa 2000 abitanti in provincia di Campobasso, fu fondata dai Romani dopo la loro vittoria sui Sanniti (293 a. C.) al centro di una pianura alle propaggini del Massiccio del Matese. Posto sull’asse di tratturo tra Boiano e Benevento era diventato, nel passato più recente, un posto di ristoro e stazzo per la transumanza. Oggi è inserito nel circuito dei “Borghi più belli d’Italia”. Il primo maggio del 1869, quando Sepino contava ancora più di 5.000 abitanti, vi nacque Vincenzo Tiberio, figlio di un notaio. Il ragazzo crebbe in una famiglia agiata che era anche un piccolo centro di cultura, frequentata da studiosi e professionisti, mostrando fin da giovane una spiccata propensione per gli studi scientifici tanto che il padre, dopo il liceo, lo iscrisse alla facoltà di Medicina di Napoli, dove studiò con profitto e si laureò in Medicina e Chirurgia. Qui frequentò anche il corso di Igiene Pubblica per aspiranti Ufficiali Sanitari e iniziò uno studio specifico sulle muffe e le loro interazioni. In quegli anni recensì quasi 200 lavori, molti dei quali furono pubblicati su riviste medico scientifiche e divulgate in Italia e negli altri paesi allora all’avanguardia nel settore medico (leggi Inghilterra). In particolare nel 1895 (una data da ricordare) in un lavoro dal titolo “Sugli estratti di alcune muffe”, espose dettagliatamente le sue esperienze e i risultati conseguiti. Infatti il giovane medico, che in quel periodo viveva ad Arzano in un’abitazione in cui l’acqua per le necessità domestiche era fornita da un pozzo, aveva notato che gli inquilini della casa soffrivano d’infezioni intestinali ogni volta che il pozzo veniva ripulito dalle muffe, mentre i disturbi sparivano quando le muffe ricomparivano sui bordi del pozzo. Questo fatto lo portò ad analizzarle e studiarle attentamente in laboratorio, annotando tutto e descrivendo nel dettaglio le condizioni di crescita, il metodo di estrazione acquoso e il loro potere battericida, sia in vitro che in vivo. Con l’utilizzo, come cavie, dei conigli e la tecnica delle infusioni sottocutanea e intraperitoneale, giunse ad evidenziare e dichiarare l’alto potere chemio tattico degli estratti delle muffe nelle infezioni da “bacillo del tifo” e “vibrione del colera”. Il lavoro risulta molto meticoloso, con dettagli sperimentali e una serie di tabelle in cui sono riportate l’azione degli estratti sulle cavie utilizzate. Si sa nessuno è profeta in patria ma, in questo caso, l’ottusità dell’Accademia Scientifica Italiana del tempo, forse è stata troppo “macroscopica” nel non interessarsi a questi studi sperimentali. Passiamo al 1928, al St. Mary’s Hospital di Londra, nel suo laboratorio Alexander Fleming, 47enne microbiologo (nato a Lochfield il 6 agosto1881), lavorava su molecole capaci di uccidere germi, ma innocue per l’uomo. La leggenda (!) racconta che, al rientro da un periodo di vacanza, notò che una scatoletta, dimenticata aperta, era stata contaminata da una muffa; mentre stava per buttarla si accorse che, dove c’era la muffa, gli stafilococchi non erano cresciuti. Che cosa li aveva uccisi? Sicuramente una sostanza prodotta dalla muffa stessa. Aveva scoperto la penicillina. A dire il vero la muffa miracolosa fu identificata inizialmente come penicillium rubrum (e solo due anni più tardi si scoprì che era in realtà penicillium notatum) … da qui il nome. La ricerca poté avere seguito grazie ai finanziamenti della Fondazione Rockefeller di New York. Al contrario del dott. Tiberio, dimenticato da tutti, Fleming ebbe tutti gli onori che a quel tempo si potessero ricevere: nel 1943 fu eletto “Fellow of the Royal Society” (la più antica e rispettata fra le società scientifiche della Gran Bretagna); nel 1944 divenne Sir Alexander Fleming; nel 1945 fu nominato presidente della Società di microbiologia generale e il 5 settembre dello stesso anno, durante una visita alla Francia, venne nominato dal generale De Gaulle commendatore della Legion d’onneur; il 25 ottobre arrivò il telegramma da Stoccolma (già annunciato!) che gli conferì, assieme ai suoi ricercatori di Oxford: Howard Florey ed Emst Boris Chain (fondamentali con i loro studi alla riuscita della ricerca!), il Premio Nobel per la medicina. Nel 1947, due anni dopo il conferimento del Premio Nobel a Fleming, il tenente colonnello Giuseppe Pezzi, ufficiale medico della Marina Italiana, ritrovò in biblioteca il primo fascicolo degli Annali di Igiene sperimentale del 1895, in cui era stato pubblicato il lavoro sperimentale sugli estratti delle muffe del dott. Vincenzo Tiberio. Il baronetto Sir Fleming non ammise mai di conoscere il medico italiano né tantomeno i suoi scritti; solo il dott. Chain affermò … si fece “scappare” …, in un’intervista rilasciata qualche anno dopo, che conosceva il dott. Tiberio e i suoi lavori. Dopo la morte, a Fleming, è stato dedicato un cratere sulla Luna e un asteroide, al “nostro” dott. Tiberio una lapide commemorativa collocata sulla facciata della sua casa natale: “Primo nella scienza, postumo nella fama”.

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