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TOGHE E POLITICA

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Dalla Corte Costituzionale si eleva un grido: “Potere ai giudici”! La vicepresidente Marta Cartabia, giurista nominata da Napolitano nel 2011, afferma che le sentenze devono “ispirare” o “calpestare quando appropriato” le leggi prodotte dal Parlamento come d’altronde avviene dappertutto su diritti civili, stepchild adoption ed eutanasia. E la succitata pubblica le sue riflessioni su una rivista accademica di diritto pubblico “Italian journal of public law” partendo da una costatazione di fatto: in molti paesi civili in cui i magistrati che dovrebbero limitarsi ad applicare le leggi emanate dai parlamenti e le sanzioni previste per la loro violazione spesso vengono interpellati su questioni in cui manca un pronunciamento delle assemblee legislative. Già avvenuto in Italia con la legge elettorale o con l’affidamento di minori a genitori omosessuali in cui i giudici hanno di fatto creato ex novo nuove forme di genitorialità. Ora come osserva il giornalista Alessandro Rico il buonsenso suggerisce due possibilità o che i parlamenti si affrettino a colmare “vuoti legislativi” il che sarebbe quasi utopico vista l’estrema variabilità e l’inconsistenza delle competenze dei parlamentari o che si ammetta che non si deve legiferare su tutto col sigillo della Gazzetta ufficiale ed allora i magistrati dovrebbero assumere un onere superpartes e comunque un atteggiamento sostanzialmente “conservativo” contro derive “innovative” un po’ troppo spregiudicate. Anche qui si rasenta l’utopia data la scarsa propensione alla riflessione profonda dell’intera classe magistraturale molto propensa all’evidenza mediatica secondo “mainstream” che alla tutela antropologica. E la Cartabia appare molto soddisfatta quando constata la crescente prosperità del potere giudiziario “..I magistrati rilasciano dichiarazioni ai media e formano uno straordinario pool di esperti, spesso chiamati a ricoprire le più alte posizioni  amministrative e a lavorare accanto ai corpi politici; molti di loro lasciano il ramo giudiziario per competere nelle elezioni politiche e guadagnarsi un seggio in parlamento..”. In realtà vuole “americanizzare” ossia politicizzare il ruolo della Corte Costituzionale. Non che in Italia questo non sia già avvenuto come la nomina molto di parte di alcuni giudici della Corte di cui il Presidente della Repubblica, sempre di parte, appare anche responsabile insieme al parlamento in seduta comune e alla magistratura superiore. Ma renderlo più che legale il sistema mi pare un po’ esagerato. E la sua esortazione è soprattutto quella di assecondare il processo con cui la Consulta, e a cascata i tribunali, si stanno progressivamente sostituendo ai rappresentanti eletti. Non solo con sentenze dove la norma è silente ma orientando il parlamento a legiferare non diversamente dalla sentenza emessa, come incoraggiati dalle Corti Europee a salvaguardia del giudizio magistraturale. E potrebbe anche accadere il ritrovarci Marta Cartabia a capo di un esecutivo tecnico o pro tempore perché farebbe parte di una rosa di tre donne volute da Mattarella per un eventuale incarico a Palazzo Chigi. All’inizio del XIX secolo l’alta Corte americana si arrogò unilateralmente il diritto di mantenere l’ultima parola sulle leggi approvate dal Congresso. Questa prerogativa sarebbe diventata lo strumento con cui i giudici costituzionali potevano guidare l’evoluzione politica del paese talvolta in positivo talvolta in negativo. Vogliamo che l’Italia si trasformi in una Repubblica dei giudici?  E perché no? Visto il caos parlamentare che stiamo vivendo non vedo cosa ci sia di strano se almeno “laureati in giurisprudenza” alberghino le sorti della nostra oramai malmenata e destrutturata democrazia. E i politici non hanno saputo mai mettere argini allo strapotere della toga, con i loro ricchi emolumenti che diversamente dall’andamento pubblico verso la ristrettezza, vanno mantenuti in nome della loro indipendenza come se la diminuzione dell’approvvigionamento economico potesse ripercuotersi in un clientelismo parificatore. Ma è la stessa politica che si è ben servita dell’ausilio magistraturale per sconfiggere l’avversario, medicina questa che oramai ha avvelenato anche il medico prescrittore. E finché non risolveremo il problema del rapporto fra giustizia e politica, cioè fino a quando non metteremo rigorosi paletti all’andirivieni fra tribunali e Parlamento e non conterremo l’esorbitante presenza di magistrati “distaccati” in quasi tutti i ministeri, difficilmente fra cittadini e toghe si ristabilirà il rapporto di fiducia che esisteva prima dei processi politici degli ultimi decenni. E Carlo Calenda proprio in virtù dell’ultima sentenza del processo sulla presunta trattativa Stato-mafia emana una stoccata anonima ma di sicuro indirizzata al suo artefice Nino Di Matteo, ospite della kermesse di Davide Casaleggio “..Non conosco i fatti a sufficienza e in mancanza di approfondimento tendo a non commentare sentenze della magistratura. Sul piano della comunicazione, magistrati  che vanno alle riunioni di partito e fanno dichiarazioni che vanno oltre le sentenze mi preoccupano..”. Il magistrato Carlo Nordio, autorevole quanto stimato saggista giudiziario, riporta sul “Il Messaggero” un editoriale del professor Angelo Panebianco, quello impedito di tenere lezione all’ateneo di Bologna dai centri sociali, che ironicamente avvertiva che alle consultazioni del Quirinale non hanno partecipato i vertici della magistratura e della dirigenza amministrativa: gli unici due poteri forti che abbiano riempito il vuoto della politica ed abbiano assunto una efficienza operativa tale da “tenere i suoi esponenti a perenne rischio di decapitazione”. Ed il magistrato condivide perfettamente quanto esposto a chiare lettere dal professore e ricorda che dai tempi di “Mani Pulite” cioè da circa 25 anni, la politica ha registrato una continua débâcle della sua funzione di indirizzo, lasciandosi condizionare dalla magistratura e dall’alta burocrazia. Ma è stata la stessa politica con le sue astruse e inopportune furberie che ha investito di questi poteri interdittivi queste Istituzioni. E fa tre esempi nell’ambito dove è vissuto, quello giudiziario. 1) Il reato di “abuso d’ufficio”, reato così indeterminato ed evanescente che chiunque magistrato può invocarlo per qualsiasi amministratore cosicché sindaci o ministri sono terrorizzati da porre firma su qualsiasi documento per timore di finire sul registro degli indagati o peggio ancora sui giornali dai quali è molto difficile svernare. Questo è un reato stupidamente introdotto dalla politica che gli poi affiancato un altro reato altrettanto pericoloso per gli amministratori che è quello del “traffico di influenze”. Entrambi potrebbero essere aboliti senza grosse conseguenze. Ma chi ha il coraggio di farlo senza che il pool anticorruzione e antimafia li accusino di collusione? Ne consegue che tutte le procure continueranno a condizionare la politica economica, edilizia, ambientale e via dicendo. 2) “Informazione di garanzia”. Istituto che da cinquant’anni si è trasformato da strumento di tutela dell’indagato a condanna anticipata. E che per una diabolica combinazione di concorrenti spregiudicati e di stampa servile si è trasformata in una vera “garanzia” quella cioè come disse il professor Flik che il destinatario né sarebbe uscito fortemente delegittimato e costretto ad abbandonare la carica prima del processo il cui esito dopo anni, pur positivo, appare ben lungi dal riabilitarlo agli occhi dell’opinione pubblica. 3) ”Intercettazioni”. Strumento spesso utile ed indispensabile in indagini complesse, diventato espediente “eliminatorio” attraverso la solita combinazione divulgazione pilotata e pubblicazione partecipe. Ne sono state vittime un po’ tutti e spesso usciti annichiliti. E la politica non ha mai fatto nulla per porre riparo a queste sciagurate attività interdittive per via giudiziaria e mediatica. Ma sembra che qualche magistrato stia invocando un auspicabile riforma di riordino abbastanza limitativo di questo strumento che per ora sembra stendere troppi panni inutili se non denigratori al sole. Essere governati da una simile compagine di “legali patrioti” mi angoscia non poco ma non mi terrorizza. Una certa fiducia nelle loro diatribe a suono di interpretazioni legislative potrebbero far vincere anche una “l’altra parte”, se non altro potrebbero portare alla luce il caos normativo che impalla da anni la nostra “più bella” Costituzione e decidere “ope legis” di dare finalmente una bella sfoltita degli articoli spesso contraddittori fra loro (è qui la loro bellezza!). Dall’altra una governance che preveda fra gli attori Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris, Ingroia o Emiliano non è che preluda a tranquille fasi Rem.

Arcadio Damiani

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